Quel fantasma che non se ne va. Quando la Corea del Nord ci eliminò dal Mondiale

Sessant'anni fa in Inghilterra una della pagine più buie della storia della Nazionale, la sconfitta contro la compagine coreana che le istituzioni del Regno Unito e del calcio non volevano

18 LUG 26
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Foto archivio LaPresse

"Again 1966". La sera prima di Corea (del Sud)-Italia, campionato del mondo 2002, ci portarono a vedere lo stadio di Daejeon e a fare una ricognizione in campo. Mi colpì la scritta che campeggiava in una delle due curve. “Again 1966”. Sarebbe rimasta lì per tutta la partita, ogni spettatore era un pezzettino di quel pensiero. Mi domandai perché i sudcoreani volessero auspicare un remake di una vittoria non loro, ottenuta dai non certo amici del Nord. Me lo spiegò un inserviente, che a precisa domanda mi rispose che a lui di Nord o Sud fregava il giusto. Gli importava che fosse la Corea a passare. Come poi fu. Il disastroso prologo avvenne il 19 luglio del 1966, sessant’anni fa, a Middlesbrough. Larry Semon in Italia, e nel mondo di allora, era noto come “Ridolini”. Un eroe del film muto, un viso infarinato che portava in giro un naso ricurvo e fuori misura, pantaloni come se avesse l’acqua in casa. A livello di Stan Laurel e Oliver Hardy, Charlie Chaplin e Buster Keaton. “Ridolini” era di solito un poveraccio vestito in modo buffo che si ficcava in situazioni esilaranti. Essere paragonati a lui non era esattamente un complimento. Ci cascarono, nell’ordine, Ferruccio Valcareggi e il maestro Gianni Brera. Con l’aggravante, per il primo (che era il vice-allenatore dell’Italia), di averli descritti così in una relazione tecnica (fino ad un certo punto) prima di essere buttati fuori proprio da loro. Gioanbrerafucarlo si limitò, con la sua prosa non arrivabile, a sentenziare che a mandarci a casa erano stati dei “Ridolini”. Detto però ex post e con rispetto, se possibile, dopo averli visti correre come dei satanassi e dimostrare che, tutto sommato, non erano lì per caso. Intendiamoci bene. Ai tempi che abbiamo in sorte di vivere, nessuno, nemmeno sotto forti dosi di oppiacei, si sognerebbe mai di definire gli avversari in modo così sprezzante. Un po’ per scaramanzia e molto perché la cultura imperante impedisce anche solo di provare a usare una quota non consentita di sarcasmo.
La qualificazione della Corea del Nord alla fase finale del Mondiale 1966 in Inghilterra fu una sorpresa, non gradita, per molti. Il Regno Unito, per esempio, non riconosceva il paese e tentò in tutti i modi di escluderlo a vantaggio di Galles, Scozia o Irlanda del Nord. Il nome ufficiale era: “Repubblica popolare democratica di Corea”. Ma negli atti ufficiali quelli della Fifa decisero di usare il meno impegnativo “Corea del Nord”.
I dirigenti non vennero invitati alla cerimonia di sorteggio, l’inno nazionale nord coreano fu vietato. Dopo vibrante protesta ufficiale, la Fifa decise, pur di non ascoltarlo mai, di far suonare gli inni solo per la gara inaugurale e per la finale, contando sul fatto che i nord coreani non ci sarebbero mai arrivati. Per i loro allenamenti fu deciso un campo periferico, gibboso e irregolare, di Middlesbrough davanti a uno stabilimento petrolchimico non esattamente salubre. Eppure, o forse proprio per questo, a Middlesbrough tutti facevano il tifo per la Corea del Nord.
”Mondino” Fabbri, il 19 luglio 1966, scelse questi undici. Albertosi in porta, davanti a lui Facchetti, Guarneri, Janich e Landini. A centrocampo Bulgarelli, Fogli, Mazzola e Rivera. Mazzola in realtà agiva più avanti, quasi da centravanti, mentre le due punte laterali erano Barison e Perani. In panchina, inutilmente visto che non erano consentiti cambi, c’erano, tra gli altri, il mitologico (per via dell’introvabile figurina) Pizzaballa, Burnich, Rosato, Lodetti, Juliano, Gigi Meroni e Pascutti. Maglia azzurra e pantaloncini neri, i “nostri”, nordcoreani con maglia rossa (come da ideologia) e pantaloncini bianchi.
È la terza partita del girone. L’Italia aveva perso contro l’Urss e battuto il Cile. Loro avevano preso un punto al Cile e perso con i sovietici. Ergo, a noi sarebbe bastato anche il pareggio. Copione prevedibile della gara, con gli Azzurri che cercano di chiuderla prima possibile, ma si scontrano con la giornata di scarsa mira, eufemismo, di Marino Perani. Il drammone inizia a prendere forma poco dopo la mezz’ora del primo tempo, quando Giacomino Bulgarelli, in forse fino a poche ore prima del match, prova ad intervenire in un contrasto. Commette fallo, e fin qui, niente di irreparabile. Purtroppo però il suo ginocchio sinistro alza bandiera bianca. Era un’azione in una zona del campo non pericolosa e il suo prodigarsi lo pagherà uscendo in barella e lasciando i suoi in 10, visto che non erano possibili sostituzioni in corsa.
Al 41esimo Pak Seung-zin vince un contrasto con Rivera e lancia in verticale Pak Doo-ik. Diagonale destro secco sul palo lontano e Riky Albertosi è ko. “Le formiche gialle”, come le definirà Pier Cesare Baretti su Tuttosport, si abbracciano e saltano come grilli per tutto il campo.
Nella ripresa, pur in dieci, gli Azzurri provano a rimetterla in piedi. Ma il nervosismo è alle stelle, gli attaccanti provano a risolverla da soli, il centrocampo si sfilaccia e lentamente ognuno cerca di nascondersi per non essere l’immagine della figuraccia. Pak Doo-ik passerà alla leggenda come “dentista”. “Ci ha battuti un dentista”, titolò più di un giornale. In realtà il match winner faceva tutt’altro nella vita. Il cortocircuito mediatico, impossibile oggi, si sviluppò perché i nordcoreani erano ufficialmente dei dilettanti e per vivere svolgevano altri lavori. A Pak Doo-ik fu appiccicata l’etichetta di dentista, nessuno verificò e per anni si pensò che uno che lavorava in bocca alla gente ci avesse eliminato dai Mondiali. Pagherà per tutti Edmondo Fabbri. Triturato dalla critica prima ancora di andare ai Mondiali inglesi, “Mundì” verrà per sempre marchiato come l’artefice della più cocente delusione della nostra Nazionale. Non ebbe, essendosene andato nel 1995, il risarcimento morale di vedere i “nostri” fatti fuori di nuovo da una Corea nel 2002 e, soprattutto, le non-qualificazione della triade Ventura-Mancini-Gattuso (con apparizione iniziale di Spalletti).
Sul volo Alitalia AZ 313, velivolo Caravel di costruzione francese, si imbarcano i nostri eroi al contrario. La scelta è tattica. Il volo atterrerà a Genova a tarda ora del 24 luglio. Ad aiutare i “nostri” ci fu un bel ritardo di 1 ora e tre quarti. Si erano radunate un migliaio di persone allo scalo intitolato a Cristoforo Colombo. Il comitato di accoglienza non era certo per tributare applausi, ma via via che i minuti di ritardo aumentavano, in proporzione indiretta diminuiva il numero dei contestatori. Se ne contarono comunque, circa, seicento quando alle 3.40 ormai del mattino la spedizione azzurra toccò terra. “Bidoni-bidoni” fu il coro più educato. Fabbri rimase in aereo un’ora in più e, quando ormai si intravedevano le prime luci dell’alba, fu portato fuori con la scorta delle forze dell’ordine.