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È morto Osvaldo Bagnoli, l’allenatore capace di dire no
Addio al tecnico dello scudetto impossibile con l'Hellas Verona e che fece sognare anche il Genoa. Brera lo battezzò Schopenhauer. L’addio precoce alla panchina per restare fedele a se stesso

Foto Ansa
Apriva bocca soltanto quando aveva qualcosa da dire, Osvaldo Bagnoli dalla Bovisa, e ha allenato solo finché ha sentito di poter dare qualcosa. In un giorno di febbraio del 1994, di punto in bianco, esonerato dall’Inter dopo un ribaltone subito in casa al cospetto della Lazio, decise di averne avuto abbastanza. Doveva ancora compiere 59 anni, aveva uno scudetto leggendario alle spalle e una semifinale di Coppa Uefa con il Genoa altrettanto epica: la Coppa Uefa, peraltro, in quel 1994 l’avrebbe vinta proprio la “sua” Inter, nel frattempo affidata al traghettatore Giampiero Marini. Voleva stare a casa con la famiglia, rifiutò offerte su offerte, decise di troncare la propria carriera di allenatore quando avrebbe ancora potuto darle vita e respiro. C’era ancora qualcosa da prendere, ma sentiva di non aver più nulla da dare.
Di anni ne sono passati 32 e oggi che Osvaldo Bagnoli non c’è più si parla soprattutto di ciò che fece a Verona, uno scudetto corsaro, enormemente romantico, un’impresa senza tempo della quale si continuerà a scrivere e raccontare anche tra mezzo secolo. È giusto e naturale che sia così, perché fu l’apice di colui che Gianni Brera, esaltato da un carattere così tanto lombardo, scelse di ribattezzare Schopenhauer. “Non credo di essere all’altezza del soprannome”, fu la risposta.
Di Bagnoli, più che l’elenco dei successi, è quindi interessante raccontare le rinunce, i “no” detti con la ferma convinzione di un uomo laconico, misurato, evidentemente fuori dal tempo che viviamo e proprio per questo capace di sottrarsi all’agone nel momento in cui il calcio stava diventando qualcos’altro da ciò che aveva imparato a conoscere da giocatore prima e da meraviglioso allenatore poi. Aveva la capacità di valorizzare il talento dei ragazzi che guidava e di nasconderne i difetti, lui che di difetti, da calciatore, ne aveva avuti: questione di percezione, di comprensione del gioco e degli esseri umani, di un’umiltà della quale era portatore sano. Per paradosso, la sua vita da giocatore era iniziata con uno scudetto da comprimario, al Milan: dall’officina al tricolore, una favola da raccontare. Da quel momento in poi, invece, Bagnoli ha dovuto conquistarsi tutto, in campo e in panchina. A Verona l’approdo in grado di cambiargli l’esistenza da allenatore, dopo un saliscendi rocambolesco: da affermato tecnico della B, aveva scelto di passare al Fano in C2, come se avesse avuto di un ulteriore slancio per aggrapparsi più avanti alla Serie A, conquistata alla guida del Cesena, portato in A nell’81, e poi goduta finalmente all’ombra dell’Arena.
Lì aveva messo insieme stelle sbiadite e scartate, ci aveva lavorato da artigiano paziente e aveva condito il tutto con due stranieri granitici, fino a spaventare le grandi storiche del calcio italiano, fino allo scudetto. E poi, dopo il titolo, in vacanza in Romagna come sempre, a bere aranciata e, se necessario, a rispondere alle domande di qualche giornalista in missione. “Attorno a me è cambiato qualcosa, adesso devo parlare molto più di prima per spiegare com’è e come non è, la rava e la fava. Ma dentro non è cambiato nulla, mi sono già dimenticato di averlo vinto, lo scudetto”, disse a Gianni Mura in quell’estate ruggente del 1985, vissuta da campione d’Italia già consapevole che quel tricolore sulle maglie sarebbe durato soltanto un anno. Rimase a Verona per un senso di fedeltà lontano dai giorni d’oggi, una permanenza tenace fuori tempo massimo: mentre l’Hellas via via rientrava nei ranghi, Bagnoli rimase lì, a combattere, in prima fila, senza sfilarsi. Avrebbe potuto farlo, invece era ancora lì, nel 1989, a tentare invano di salvare una squadra messa insieme alla disperata. E sarebbe rimasto ancora, se qualcuno non gli avesse fatto capire che non serviva più. “Non si resta in paradiso a dispetto dei santi”, disse passando al Genoa, portato in Europa dopo una stagione in cui non aveva avuto paura di affrontare la contestazione dopo un’eliminazione dalla Coppa Italia: “Non ho niente da vergognarmi e non ho paura di nessuno. Se uno viene e mi dà un cazzotto sulle spalle può darmelo, se viene davanti è difficile che me lo dia. Io devo difendere la mia squadra e i colori rossoblù, anche se forse sulla pelle ho ancora quelli gialloblù”.
Finì in gloria, il Genoa in Uefa a discapito della Juventus, fino in semifinale, con tanto di scalpo del Liverpool. Quindi l’Inter, il secondo posto alle spalle del Milan di Capello, e poi l’esonero in un percorso circolare: mai era stato cacciato prima se non nella stagione del debutto, con la Solbiatese. Forse anche per quello decise di smettere e di dedicarsi alla famiglia: in quel calcio non c’era più niente da dire, più niente da dare. Meglio fare il padre e il marito, fianco a fianco con la moglie Rosanna e la figlia Monica, non vedente dalla nascita, cresciuta nel mito del papà e con le cronache alla radio di Roberto Puliero, voce storica dell’Hellas. E poi negli anni, di tanto in tanto, allo stadio coi suoi ragazzi, che a Verona non hanno mai smesso di volergli bene. Mai più, però, sotto i riflettori. Senza rimpianti, da uomo granitico. Non ne fanno più, come Osvaldo Bagnoli.