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Mondiali 2026 •
Da Saint-Malo alle Falkland, la malinconia del bronzo ai Mondiali
La finale per il terzo posto è la partita che nessuno vuole giocare. Francia e Inghilterra, potenze che per secoli si sono contese oceani e territori in tutto il mondo, si ritrovano a inseguire una medaglia che nel calcio non vale quasi niente

Un'immagine della partita tra Inghilterra e Francia ai Mondiali del 2022 (foto di Fabio Ferrari per LaPresse)
C'è qualcosa di profondamente malinconico nella finale per il terzo posto. Il calcio continua a chiamarla così, quasi fosse un trofeo autonomo, ma è solo una necessità di calendario. Novanta minuti da disputare quando il Mondiale ha già scelto i protagonisti della propria storia. Il resto è un mero rito amministrativo: si gioca perché il regolamento lo impone, non perché qualcuno lo desideri davvero.
Le Malvinas,
terra d’arrivo dei corsari
Per capirlo conviene allontanarsi dagli stadi e arrivare a Saint-Malo, la città corsara della Bretagna. Da lì parte una storia che, per vie imprevedibili, conduce fino alle Falkland. Furono infatti marinai e armatori malouins a frequentare quell'arcipelago dell'Atlantico meridionale, tanto che il nome francese Îles Malouines finì per dare origine allo spagnolo Malvinas. La geografia, qualche volta, nasce da una rotta commerciale prima ancora che da una guerra. Francesi e britannici, allora, non si contendevano un piazzamento, si contendevano il mondo.
Le mappe cambiavano con i cannoni, le colonie valevano più delle medaglie e un'isola conquistata aveva un peso infinitamente maggiore di qualsiasi podio. Le Falkland per Londra, le Malvinas per Buenos Aires: ancora adesso basta pronunciare un nome diverso per capire quanto la storia continui a sopravvivere nelle parole.
Da grandi
potenze a un bronzo che nessuno vuole
È curioso che proprio Francia e Inghilterra si ritrovino a giocare la partita meno ambita del torneo. Per secoli hanno misurato la propria grandezza sulle rotte oceaniche, sulle colonie, sull’influenza politica e soprattutto sulla capacità di far accrescere le proprie ricchezze. Oggi si contendono una medaglia che, nel calcio, fatica a trovare una collocazione. Il bronzo non cambia il giudizio su un Mondiale, non salva un commissario tecnico e certamente non riscrive un ciclo. Resta al massimo una nota statistica, destinata a comparire qualche riga sotto rispetto alle vittorie e alle sconfitte che contano davvero.
Solo alle Olimpiadi il terzo posto conserva un significato preciso, in molte discipline il bronzo separa una carriera da ricordare dall'anonimato. Nel calcio, invece, soprattutto per nazionali come Francia e Inghilterra, rappresenta una riduzione delle ambizioni. Nessuno parte per un Mondiale con l'obiettivo di arrivare terzo. Si parte per vincere o, almeno, per giocarsi la coppa.
Anche i corsari di Saint-Malo avrebbero probabilmente sorriso davanti a questa consolazione. Non salpavano per la gloria, o tornavano con il bottino oppure non tornavano affatto. Il loro mondo conosceva il successo e il fallimento, non le posizioni intermedie. Era una logica brutale, ma almeno priva di equivoci. Così l’incontro tra francesi e inglesi diventa quasi una metafora della loro storia comune: due paesi che hanno combattuto per secoli per il controllo dei mari, oggi insieme per difendere il comune sentire dell’alleanza atlantica, domani si affrontano per un risultato destinato a essere dimenticato nel giro di pochi mesi. C’è soltanto una statistica da aggiornare e una fotografia sugli almanacchi che difficilmente finirà appesa nelle federazioni.
Forse è proprio questa la natura della finale per il terzo posto: ricordare che anche il calcio ha le sue zone grigie, quelle in cui non si festeggia davvero e non si piange fino in fondo. Un limbo che nessuna grande nazionale sogna di abitare. Da Saint-Malo alle Îles Malouines il mondo è cambiato molte volte, spesso anche i nomi cambiano assieme alla memoria. Il bronzo, invece, continua a sembrare ciò che è sempre stato: un metallo rispettabile, ma incapace di consolare chi era partito per conquistare l'oro.