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Il colloquio •
Ray Giubilo, il fotografo che aspetta l'istante perfetto: "A Wimbledon la luce fa la differenza"
Dai 130 Slam consecutivi alla lezione di Cartier-Bresson, il fotografo italo-australiano racconta al Foglio come nasce uno scatto memorabile. "Non basta la pallina: serve quell'attimo in cui occhio, mente e cuore si allineano"

Martin Vassallo Arguello di Ray Giubilo (Foto Getty)
Henri Cartier-Bresson cercava sempre “l’instant décisif”, quel preciso momento in cui tutto si allinea: il movimento, la luce, la composizione, l’emozione. Una filosofia condivisa da Ray Giubilo, uno dei più grandi fotografi di tennis al mondo, 130 slam consecutivi nel curriculum e innumerevoli scatti straordinari, come la foto al viso di Jasmine Paolini realizzata a lo scorso anno a New York, dove i tratti della tennista italiana venivano perfettamente incorniciati dal logo della sua racchetta. Una foto grazie alla quale ha ricevuto il prestigioso Itf Tennis Photograph of the Year 2025 ma anche l’Aips Award come migliore fotografia sportiva del 2025. “Anch’io cerco sempre di aspettare l’istante decisivo: quello in cui il giocatore è nella posa migliore, mentre esegue un colpo. Non basta avere la racchetta e la pallina nell’inquadratura. Bisogna trovare quell’istante che, dal punto di vista estetico, mi soddisfa davvero. E poi, ovviamente, la luce è fondamentale. Non sempre ce l’hai, ma quando c’è devi sfruttarla al massimo”, dice al Foglio Ray Giubilo, che ricorda un’altra frase di Cartier-Bresson, per raccontare la sua visione della fotografia: “Lo scatto nasce da una pulsione che allinea in un attimo l’occhio, la mente e il cuore”.
Che luce è quella di Wimbledon? “Essendo così a nord, la luce di Wimbledon è abbastanza simile a quella di Parigi. Quella del tardo pomeriggio è meravigliosa: è radente, molto pulita, una qualità di luce che trovi solo qui”, spiega al Foglio Ray Giubilo, prima di aggiungere: “Il bello di Wimbledon è che non ci sono pubblicità attorno ai campi, quindi quei fondali verde scuro, quando vengono colpiti dalla luce di taglio, diventano quasi neri e creano un contrasto bellissimo. Succede soprattutto sui campi laterali. Anche sul Centrale accade questo fenomeno, ma dura poco, perché il tetto finisce presto per coprire la luce”. Nato a Adelaide e cresciuto a Trieste ha avuto per anni pianta stabile a Vicenza, per poi fare ritorno a Sydney dove tutt’ora risiede. Ray inizia la professione proprio in Australia. I primi scatti avvengono nel settore della moda ma la sua propensione per la fotografia di movimento lo porta a conoscere l’ambiente dello sport. L’occasione giusta arriva nel 1989 quando Ray incontra un vecchio amico che lavorava per una rivista di tennis e gli procura un pass per gli Australian Open. Da allora non si è più fermato, cercando di contaminare sport e glamour, dando attenzione ai capi e ai gesti, perché non sempre un colpo va a segno, ma la bellezza della posa rimane.
“All’epoca quasi tutti i miei amici erano fotografi di moda: argentini, americani, francesi. Mi sono trovato in quell’ambiente anche perché la mia compagna lavorava per una rivista di moda. L’editore era un mio amico e un giorno mi disse: ‘Perché non provi anche tu? Sei giovane, sei a Sydney, ti piace fotografare. Ci sono tantissime modelle che arrivano da tutto il mondo e hanno bisogno di un portfolio’. Così ho iniziato a lavorare per le agenzie di modelle. Poi sono arrivati anche i primi servizi editoriali, anche se io ambivo a qualcosa di diverso. E per puro caso, un giorno, arrivò un amico di Trieste che collaborava con la rivista Matchball. ‘Ti faccio avere un accredito per gli Australian Open’, mi disse. Accettai. Dopo quelle due settimane capii che quello era il lavoro che volevo fare. Mi piaceva perché ero libero: niente stilisti, truccatori o parrucchieri. Solo io e il campo. Da lì è iniziato tutto”, racconta Ray Giubilo. L’Australian Open è lo slam del cuore, il torneo dove tutto è iniziato, ma Wimbledon ha qualcosa di speciale. “È un torneo unico. È il torneo sull’erba per eccellenza. Certo, esistono altri tornei sull’erba, ma Wimbledon è Wimbledon. Parigi è un torneo meraviglioso, forse il mio preferito, però arriva dopo una stagione ricca di grandi tornei sulla terra battuta, in club bellissimi come Monte Carlo. Wimbledon, invece, ha qualcosa di diverso”, dice Ray Giubilo, ricordando Rino Tommasi: “Rino diceva che il Roland Garros è un torneo di tensione, mentre Wimbledon è come stare in chiesa. Ed è vero: c’è un silenzio quasi religioso. Hanno mantenuto tantissime tradizioni e, pur avendo ampliato l’impianto con nuovi campi e nuovi edifici, resta un grande club con un’atmosfera davvero speciale”. Tra le foto di cui va più fiero, “c’è quella di Sampras del 1996 mentre fa uno smash in volo e quella di Venus Williams in cui sembra abbia una sola gamba, mentre l’altra si confonde con l’ombra. Mi piace molto anche una fotografia di Djokovic a Cincinnati, nel momento in cui si strappa la maglia”, racconta il fotografo italo-australiano.
Lo scorso marzo la Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro ha inaugurato nello spazio espositivo dell’Istituto di Candiolo la mostra fotografica “Flying Racquets. Oltre la rete” (che è anche il nome del suo libro), curata e presentata da Federico Ferri, direttore di Sky Sport. Un viaggio visivo nel mondo del tennis professionistico attraverso le immagini scattate da Ray Giubilo nei più importanti tornei internazionali degli ultimi quarant’anni. “Hanno creato uno spazio espositivo all’interno dell’ospedale, nella sala d’attesa dei pazienti. La mostra resterà aperta fino a settembre. Ci sono trentacinque fotografie. Alcune provengono dal libro ‘Flying Rackets. Oltre la rete’, altre invece non erano mai state esposte. Ho voluto costruire una mostra diversa dal libro, scegliendo immagini che ritenevo particolarmente significative per raccontare il tennis”, dice Giubilo. Dal 18 luglio al 20 settembre, anche la Sala Leonor Fini del Magazzino 26 nel Porto Vecchio di Trieste accoglierà gli scatti di Ray Giubilo. L’esposizione, intitolata “Flying Racquets”, presenterà una selezione di oltre 60 immagini di grande formato. Protagonisti delle foto sono campioni del tennis come Federer, Nadal, Williams, Sampras, Djokovic, Sinner, Alcaraz, ma anche le atmosfere dei tornei, la tensione nei momenti decisivi e i dettagli spesso invisibili a occhio nudo. “All’inizio seguivo solo i tornei australiani: gli Australian Open, la Coppa Davis, la Fede Cup. Poi nel 1994 il consulente marketing di Sergio Tacchini, che aveva visto le mie fotografie, mi propose di lavorare per l’azienda. Accettai subito. A quei tempi Sergio Tacchini vestiva giocatori come Gabriela Sabatini, Pete Sampras, Robert Carlsen e tanti altri. Poi arrivò anche Goran Ivanišević. Il 1995 fu il mio primo anno nel circuito completo e da allora non mi sono più fermato”, racconta Giubilo.
A Ivanišević è legato anche il ricordo più entusiasmante di Wimbledon. “Era il 2001 e Ivaniševic, che era numero 125 del ranking, entrò nel tabellone principale grazie a una wild card. Era sponsorizzato da Sergio Tacchini e ricordo benissimo che, qualche settimana prima di Wimbledon, mi trovavo nella sede dell’azienda a Caltignaga. Parlando con chi si occupava delle sponsorizzazioni, mi dissero che Sergio Tacchini aveva deciso di assicurarsi contro l’eventuale bonus previsto nel contratto di Ivanišević, perché se avesse vinto Wimbledon avrebbe dovuto pagargli una cifra molto alta. L’assicuratore accettò senza problemi: pensava fosse impossibile che il numero 125 del ranking vincesse il torneo. Invece successe davvero”, ricorda Giubilo, prima di concludere: “Ivanišević vinse Wimbledon da wild card, un’impresa mai riuscita a nessun altro, e io naturalmente ero lì a fotografarlo”.