Quanto saltano questi giovani italiani. Intervista a Matteo Sioli

“Ho imparato da Tamberi che bisogna divertirsi. Prima le medaglie, poi i record”, ci dice il saltatore in alto, realtà e speranza italiana dell'atletica

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Come saltano questi ragazzi italiani. In lungo e in alto. Larissa Iapichino ha appena superato il record di mamma Fiona e già pensa a nuovi limiti, a come proseguire la storia. Tra poco compirà 24 anni, ha ancora tanto futuro davanti. Come Mattia Furlani che a 21 anni si è già preso l’oro mondiale prima indoor e poi assoluto, sempre nel lungo. Ma anche come Matteo Sioli, pure lui un ragazzo del 2005 che però salta in alto. Matteo non deve superare i record di mamma o papà, ma quelli del suo idolo diventato una specie di consigliere speciale, Gimbo Tamberi. “ll primo agosto 2021 ero in montagna a casa di una zia davanti alla televisione”, racconta riferendosi a quei dieci minuti che hanno cambiato la storia dell’atletica e probabilmente dello sport azzurro. Il salto di Gianmarco Tamberi, l’oro olimpico condiviso con Mutaz Barshim, il trionfo di Marcell Jacobs nei 100 metri. “Ce li siamo goduti tutti. Da lì è nato il mio sogno. E penso che sia successo anche a tantissimi altri ragazzi”.
Cinque anni dopo quel sedicenne è diventato una delle grandi speranze dell’atletica italiana. Il bronzo europeo indoor, il successo al Golden Gala, la vittoria a casa di Barshim e una misura, quei 2,30 già saltati che lo collocano tra i migliori italiani di sempre raccontano di un talento in piena esplosione. Ma più ancora dei centimetri colpisce la serenità con cui affronta la crescita. Il suo punto di riferimento resta Tamberi, non soltanto per quello che ha vinto, ma per il modo in cui vive la pedana. “Quando sono arrivato tra i grandi avevo un po’ di paura. Alla vigilia di una Diamond League gli scrissi per chiedergli un consiglio. Lui mi rispose semplicemente: divertiti e goditi ogni istante della gara. È quello che sto imparando a fare”. Una filosofia che oggi è diventata il suo modo di interpretare la competizione. “La gara è soltanto la prova di quello che hai costruito in allenamento. Spesso noi atleti ci carichiamo di pressioni inutili pensando che in gara si debba dare qualcosa in più. In realtà quando ti diverti tutto diventa più naturale, più sciolto. È così che si salta meglio”.
Anche il pubblico, per lui, è una risorsa e non un elemento di distrazione. Anzi. “Mi faccio aiutare tantissimo dall’energia della gente. Persino negli allenamenti importanti chiedo agli amici di venire a vedermi. Non sarà mai come il Golden Gala, ma avere vicino le persone a cui vuoi bene ti dà una forza incredibile”. L’emozione più intensa della serata romana, però, l’ha scoperta soltanto dopo. “Quando ho rivisto il video del salto vincente mi sono accorto del tifo che c’era. Durante la gara non me ne ero reso conto. Ero concentrato solo sulla rincorsa. Anche il mio allenatore è rimasto impressionato. Rivederlo è stato emozionante”. Prima di partire verso l’asticella, nella sua testa non c’è un film da ripetere né una formula magica. “In realtà non penso quasi a nulla. Cerco soltanto quella sensazione di velocità negli ultimi passi della rincorsa. Il resto viene da sé”.
Il percorso che lo ha portato fino all’alto è nato quasi per caso. Da bambino giocava a basket, poi i genitori lo convinsero a provare l’atletica nella società del paese. Come tutti iniziò praticando ogni disciplina. “Facevo tutto. Poi ci siamo accorti che nell’alto vincevo sempre. È stato un passaggio naturale”. Anche l’incontro con i suoi idoli è arrivato senza forzature. Prima Tamberi, poi Barshim. Con il fuoriclasse qatariota ha condiviso recentemente una gara e alla fine ha ricevuto un regalo speciale: il pettorale dell’olimpionico. “L’ho vissuto come un grande gesto di rispetto. Abbiamo parlato un po’ dopo la gara. Avere vicino campioni così ti aiuta a crescere e ti mette a tuo agio. È la stessa disponibilità che ho sempre trovato in Tamberi”.
Il record mondiale di 2,45 stabilito da Javier Sotomayor nel 1993 continua a resistere da oltre trent’anni, ma Sioli non pensa che sia irraggiungibile. “Stiamo vivendo un ricambio generazionale importante. Ci sono tanti giovani che stanno salendo di livello. Forse Sotomayor era semplicemente un fenomeno irripetibile, però sono convinto che le misure continueranno ad alzarsi”. Lui stesso non nasconde di sentirsi pronto a qualcosa di più del suo personale. “So di poter valere più di quello che ho già saltato. Ci stiamo allenando per questo. La misura che ho in testa, però, resta tra me, il mio allenatore e il nostro team. Sono molto scaramantico”. Di scaramanzie ne ha parecchie, anche se sta cercando di eliminarle. “Ne ho tante, ma non le racconterò mai. Alla fine so benissimo che non salto grazie a quelle. Il merito è dell’allenamento”. Meglio il record o le medaglie? “Il 90 per cento delle volte valgono di più le medaglie, però allo stesso tempo un record mondiale vale molto più di una medaglia e dipende di che record stiamo parlando…”.
Fuori dalla pedana resta un ragazzo di vent’anni con passioni molto normali. Tifa Inter, segue il calcio ogni volta che gli allenamenti glielo consentono e osserva con entusiasmo la nuova generazione di campioni italiani. “Penso che si sia innescata una reazione a catena. Mattia Furlani sta trascinando tanti di noi nell’atletica, poi ci sono Sinner, Antonelli e tanti altri. Vedere ragazzi giovani che vincono ti convince che si può fare”. Pur praticando uno sport individuale, Sioli rifiuta l’idea dell’atleta solitario. “L’atletica sembra individuale perché alla fine si guarda solo il risultato, ma dietro ci sono allenatori, fisioterapisti, nutrizionisti, preparatori, tifosi. Io dico sempre che è uno degli sport di squadra più belli che esistano”. Accanto all’atletica c’è anche l’università. Frequenta Scienze della ristorazione a Milano, prepara gli esami tra un allenamento e l’altro e sogna di unire un giorno la nutrizione allo sport. “L’alimentazione mi ha sempre affascinato. Mi piacerebbe collegare questi due mondi”. Prima, però, vengono le gare. Gli Europei sono l’obiettivo immediato. Le Olimpiadi di Los Angeles restano sullo sfondo. “Ogni atleta pensa ai Giochi, è inevitabile. Ma io preferisco vivere una stagione alla volta. Oggi penso agli Europei. Il 2028 arriverà da solo”. Basta prendere bene la rincorsa. Lo insegna la sua specialità.