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“La mia vita è sempre stata da 10”. Intervista a Giancarlo Antognoni
L'ex fantasista della Fiorentina si racconta: “A Firenze ogni volta che esco di casa è come se giocassi ancora. Il futuro è cercare di fare sempre meglio quello che uno fa"
11 LUG 26

Foto Ansa
Una vita da mediano, cantava Ligabue. Quella di Giancarlo Antognoni però, è stata ed è una vita di tutt’altro tipo, come racconta proprio il ragazzo che giocava guardando le stelle (copyright di Vladimiro Caminiti) nel suo libro autobiografico, scritto con Luca Calamai.
Il titolo è: “Una vita da dieci”. Che vuol dire essere un dieci?
“Il titolo del libro si riferisce al numero di maglia che ho indossato da calciatore, ma anche alla mia vita extracalcistica. Anche dopo aver smesso di giocare ho avuto una vita brillante, da dieci appunto. A Firenze, ogni volta che esco di casa è come se giocassi ancora”.
Un ricordo dello scudetto sfumato del 1982. Come furono i rapporti con gli juventini ai Mondiali di Spagna dopo quel campionato?
“All’inizio qualche battuta me l’hanno fatta. Ricordo Gentile che mi disse ‘scordati lo scudetto e pensa alla Nazionale’ al momento del raduno, perché c’era da pensare al Mondiale. Alla fine la vittoria in Spagna ha parzialmente mitigato quella delusione. Fu un anno particolare: il grave incidente alla testa (dopo lo scontro col portiere genoano Martina, nda), poi il recupero, lo scudetto mancato… un anno importantissimo per me, anche se con queste due delusioni del titolo sfumato e della finale Mondiale non giocata per l’infortunio con la Polonia”.
Quali furono i motivi dell’addio alla Fiorentina nel 1987, con conseguente passaggio al Losanna?
“Non ero più quello di prima dal punto di vista calcistico e non volevo essere di peso alla Fiorentina. È capitata questa opportunità di andare a giocare in un campionato più tranquillo e poi, chiaramente, anche il lato economico ha inciso”.
Nella sua Fiorentina ideale trova spazio anche Roberto Baggio. Le è mancato non aver giocato con lui, dato che lei lasciò Firenze nell’estate del 1987?
“In pratica insieme a Baggio ho giocato una sola partita (10 maggio 1987, giorno del primo scudetto del Napoli, nda). La Fiorentina chiaramente puntava su un giovane emergente come Roberto. Questo non significa che io abbia deciso di andarmene per lui, le mie scelte le avevo già fatte. Certo che mi sarebbe piaciuto giocare con Baggio, però avevo già trentatré anni, ero reduce da un infortunio a tibia e perone, è capitata questa opportunità in Svizzera e così ho deciso di lasciare in bellezza la Fiorentina”.
Come dirigente ha avuto grandi intuizioni. Nel libro lei ricorda Rui Costa, ma anche di essere stato a un passo da un certo Lilian Thuram quando questi giocava nel Monaco. Come mai queste sue indicazioni non sempre venivano seguite dalla società?
“Su Rui Costa siamo andati decisi e abbiamo preso il giocatore quando era richiesto anche da altre squadre. A Thuram eravamo molto vicini. Poi però il Monaco decise di non cederlo e l’anno dopo lo ha ceduto al Parma. Alla fine comunque ho vinto più da dirigente che da giocatore”, sorride Antognoni.
A Firenze ha dato tutto. Da Firenze ha ricevuto tanto. Dalla Fiorentina, forse, meno. Con i Pontello a un certo punto venne ceduto, con Cecchi Gori un divorzio brusco, con i Della Valle e con l’attuale proprietà un feeling mai nato. Come mai secondo lei tutte queste difficoltà con le varie dirigenze?
“Non lo so. Io poi sono anche una persona tranquilla, non invadente. Anzi, da dirigente ho sempre cercato di mettermi in secondo piano”.
A proposito di Cecchi Gori. Davvero, se Edmundo non fosse partito per il Carnevale, la Fiorentina di Trapattoni avrebbe potuto vincere lo scudetto nel 1999?
“Siamo stati campioni d’inverno. Poi si fece male Batistuta e a quel punto, con Edmundo che se ne andò in Brasile…. Non avevamo la rosa per vincere il campionato. Con i titolari sì, ma nel calcio non si gioca solo in undici”.
L’anno della retrocessione, con lei e Chiarugi in panchina. La Fiorentina pagò realmente una sorta di congiura di palazzo, per via dei fischi durante Messico-Italia a Firenze e per la scelta di chiamare Agroppi prima di lei, cioè un personaggio inviso al potere calcistico per le sue critiche alla Federazione da opinionista in tv?
“Ci furono molti errori. A Vittorio avevo suggerito di fare altre scelte, ma alla fine decide il presidente. E lui optò per Agroppi. Avevamo una squadra forte: Batistuta, Effenberg… era quasi impossibile che la Fiorentina potesse retrocedere. Purtroppo è andata così”.
Da dirigente azzurro ha lavorato con le Nazionali giovanili e ora con l’Under 21. Cosa suggerirebbe a Malagò per tornare a sfornare talenti o, se ci sono, per farli tornare a emergere?
“Se guardiamo al settore giovanile azzurro, c’è ritenere che abbiamo dei giocatori validi. Abbiamo vinto due Europei U17, uno U19, la U21 sta andando molto bene. Secondo me ci sono solo da sistemare alcune cose. Malagò ce la farà”.
Infine la Nazionale attuale. Chi più di lei, che lavora con la Under 21, può dirci qualcosa di Silvio Baldini? Sarebbe, in qualche modo, un ritorno ai tecnici federali.
“Io sono in Federazione – sorride nuovamente Antognoni – non posso esprimere un giudizio. Che Baldini abbia lavorato bene fino a oggi lo dimostrano i fatti, non è che lo dico io. Il nuovo presidente deciderà”.
Mi può spiegare meglio la scelta di non partecipare ai festeggiamenti per i cento anni del club gigliato?
“Purtroppo cinque anni fa c’è stata questa rottura. Non accettavo un ruolo che, in quel momento, mi sembrava una diminutio (Antognoni ha detto denigratorio, per me è meglio diminutio) e quindi sono venuto via. Che ruolo era? Io mi trovavo con la prima squadra e mi fu proposto di andare al settore giovanile. Avevo chiesto di restare almeno un anno con la prima squadra e poi potevo anche andare al settore giovanile. Da lì ho passato anni molto brutti. La mia scelta di non partecipare comunque non ha assolutamente a che fare con i tifosi. Se fosse cambiata la proprietà sarei andato. Non posso andare contro il mio io”.
Qual è il futuro di Antognoni?
“Il futuro è cercare di fare sempre meglio quello che uno fa. In questo momento ricopro il ruolo di capo delegazione della U21, sono contento di questo ruolo. Speriamo di continuare”.