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Il Mondiale delle stelle sembra figlio di un videogioco
Da Messi a Mbappé, da Kane a Haaland tutto sembra programmato perché a lasciare il segno siano i grandi
11 LUG 26

Foto Getty
È riconosciuto ormai a livelli quasi storiografici che la Fifa, alla vigilia del primo Mondiale statunitense, quello del 1994, fosse disperatamente alla ricerca di stelle da esporre a un pubblico ancora poco avvezzo al mondo del calcio. Eliminate nelle qualificazioni l’Inghilterra del faccione di Paul Gascoigne, che aveva stregato il pianeta nel 1990, e la Francia dell’irriverente Eric Cantona e del Pallone d’Oro 1991 Jean-Pierre Papin; con l’Olanda alle prese con il viale del tramonto imboccato in anticipo sulla tabella di marcia da Marco van Basten per via del problema alla caviglia (e con la tensione alle stelle tra Dick Advocaat e Ruud Gullit che sarebbe esplosa a ridosso del torneo); con la Danimarca del figliol prodigo Michael Laudrup gelata in extremis dall’Irlanda nel cammino di qualificazione nonostante il titolo europeo; con un Brasile mai così votato al “primo non prenderle”, nonostante Romario e Bebeto; ebbene, alla luce di tutto questo, alla Fifa, nel disperato tentativo di aggiungere star power ai vari Baggio e Stoichkov, non rimase che tornare con la coda tra le gambe dal nemico giurato Diego Armando Maradona, la cui parentesi con la maglia del Siviglia, per usare un eufemismo, non aveva granché convinto. Nell’ottobre del 1993, a furor di popolo, era ricomparso in Nazionale per prendere per mano l’Argentina nel disperato spareggio interzonale con l’Australia: secondo i maligni, col tacito via libera della Fifa per l’assunzione di sostanze in grado di abbatterne in fretta il peso, specialmente in vista del Mondiale, versione sempre smentita a gran voce dalla Federazione internazionale. Quel che accadde negli Usa, poi, è cosa sufficientemente nota: il debutto deflagrante con la Grecia, il test antidoping post Nigeria, un’uscita di scena che ancora desta discussioni a distanza di 32 anni.
Oggi, per il nuovo Mondiale nordamericano, è come se gli astri avessero deciso di allinearsi senza nemmeno far fatica. È difficile, invece, ricordare una Coppa del mondo con un impatto del genere di praticamente tutte le stelle designate: nonostante un rapporto complicato con i calci di rigore, Lionel Messi e Kylian Mbappé hanno superato di slancio Miroslav Klose nella classifica di gol di tutti i tempi nei Mondiali e procedono appaiati in vetta a una graduatoria dei bomber che sembra uscita dai sogni di un creatore di videogiochi; Erling Haaland ha mandato a casa il Brasile e spera di fare altrettanto con l’Inghilterra; Harry Kane cercherà in tutti i modi di opporsi alla new wave norvegese, coadiuvato da un ritrovato Jude Bellingham; Vinicius Junior ha provato in tutti i modi a tenere a galla i verdeoro, dovendosi però arrendere davanti all’arroganza fisica del centravanti scandinavo del Manchester City.
Nessuno come la Francia sembra incarnare questa versione calcistica dell’All Star Game: Didier Deschamps, mai particolarmente noto per le sue alchimie tattiche, ma certamente in grado di assemblare il talento, l’ha sostanzialmente abbracciata. Ha deciso di fregarsene degli equilibri. Dentro tutti, almeno in quattro, partita dopo partita: non si prescinde da Mbappé, ovviamente, e dalla coppia Olise-Dembelé, col primo in grado di creare occasioni da gol dal nulla anche da una posizione più centrale e col secondo definitivamente sbocciato nel culto di Luis Enrique, “trabajo y sudor”, alla faccia di chi lo definiva un incompiuto ai tempi del Barça. Il quarto, in base alle necessità, è uno tra Doué e Barcola, già abituati a spartirsi spazio e compiti a Parigi. Gli altri sei, ovviamente, devono faticare, ma vengono ampiamente ripagati dall’altra parte del campo. A gettare un’ombra macabra sul futuro della Francia, la borsa del ghiaccio poggiata sulla caviglia di Mbappé nei minuti finali della sfida col Marocco, conseguenza inevitabile di una partita in cui i difensori nordafricani non si sono fatti troppi problemi nel ricordare alla stella del Real Madrid che il calcio è anche, in taluni casi, una mera questione di pedate.
L’Argentina, invece, appare pienamente consapevole del fatto che tutto debba ruotare attorno a Lionel Messi, unico Re Sole, così padrone delle dinamiche del gioco da potersi permettere di sgambettare per il campo, talvolta persino camminare. Mentre tutti attorno a lui corrono al doppio della velocità, le partite di Messi si muovono su una dimensione diversa, per lunghi tratti parallela. Quando queste dimensioni si incontrano, però, per i campioni del mondo succedono cose meravigliose. Il doppio spavento con Capo Verde ed Egitto dovrebbe essere teoricamente servito da lezione, contro la Svizzera i ricordi richiamano un soffertissimo passaggio del turno nel 2014: Messi, con un motore ben diverso da quello attuale, costruì da solo il gol di Angel Di Maria al 118’.
Inghilterra-Norvegia ha il profumo della guerra dei mondi: Kane ha i piedi e l’attitudine del 10 nel corpo di un 9, fin dai tempi del Tottenham ama uscire dai radar dei difensori per cucire il gioco e rifinirlo, ma Tuchel gli ha costruito attorno una Nazionale in cui non può e non deve rinunciare alla stoccata, culmine di una stagione da oltre 70 reti all’attivo; dall’altra parte, Haaland è un cyborg programmato per finalizzare il lavoro degli altri, con una brutalità quasi senza precedenti nella storia. Nei suoi piedi non c’è il genio di Messi, la purezza di Kane, la rapidità d’esecuzione di Mbappé, eppure è capace di trovare il gol con l’abilità di un rabdomante e l’arroganza del re della foresta. Anche i passatisti, forse, devono arrendersi: questa parata di stelle, tra una ventina d’anni, la guarderemo con gli occhi sognanti di chi c’era e potrà raccontarlo agli eredi.