Così il governo ha frenato sulla riforma del tiro a segno

Per arrivare a quel testo ci sono voluti mesi di mediazioni, ma in Parlamento la riforma si pianta. Colpa di una pioggia di emendamenti leghisti per salvare lo status quo (e coprirsi dalle sirene di Vannacci con la "casta" del settore)

11 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 07:07
Immagine di Così il governo ha frenato sulla riforma del tiro a segno
Dietro le quinte del cosiddetto “Decreto Sport”, approvato il 16 giugno dal Consiglio dei ministri, si consuma uno scontro tutto politico su un tema che, in apparenza, è solo tecnico: il riordino dell’Unione italiana tiro a segno (UITS). In realtà, tocca soldi, potere territoriale, pacchetti di voti organizzati. E la sicurezza.
La riforma, scritta dal commissario straordinario UITS Walter De Giusti e spinta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, separa nettamente le funzioni istituzionali (istruzione al tiro, addestramento, rilascio dei Dima) da quelle sportive. Un ente pubblico per la parte “di stato”, una federazione privata per le gare, riconosciuta dal Coni e in prospettiva aggregabile al tiro a volo, come avviene nel resto d’Europa.
Per arrivare a quel testo ci sono voluti mesi di mediazioni tra i due mondi che si contendono da sempre il tiro a segno: le forze dell’ordine (Piantedosi) e le forze armate (Crosetto). Il Cdm, però, alla fine l’ha licenziato. Sembrava fatta.
È in Parlamento che il decreto si pianta. Non sul calcio o sulle norme olimpiche, ma proprio sull’UITS. Perché la riforma tocca il vero centro di potere del tiro a segno: le sezioni territoriali. Per anni, in assenza di controlli efficaci, questi poligoni hanno gestito in grande autonomia – e molta opacità – armi, munizioni, corsi e soprattutto i Dima, i certificati che consentono di maneggiare un’arma. Un sistema spesso molto remunerativo, molto poco trasparente.
La strage di Fidene, dicembre 2022, con l’arma prelevata al Tiro a segno di Tor di Quinto, è l’emblema di cosa può succedere quando il confine tra addestramento e disinvoltura si assottiglia. La riforma De Giusti nasce esattamente per chiudere quella falla, riportando la funzione istituzionale sotto un controllo pubblico separato dagli interessi sportivoeconomici.
Ed è qui che scatta l’allarme politico. In Veneto, Lombardia, Emilia, la “casta” del tiro a segno – dirigenti di sezione, istruttori, appassionati d’armi – è un microcosmo organizzato, rumoroso e molto sensibile alle sirene identitarie. Quel mondo oggi guarda a Roberto Vannacci come riferimento naturale. La Lega di Salvini teme di regalarglielo. Risultato: una pioggia di emendamenti firmati da esponenti leghisti (Francesco Bruzzone, Laura Cavandoli) per stralciare dal decreto proprio la parte su UITS. Tradotto: salviamo lo status quo dei poligoni per non perdere voti. Altro che riforma di sicurezza.
Il paradosso è evidente: un governo che ha fatto della “tolleranza zero” la sua bandiera si ritrova a tentennare su una norma che restringe l’area grigia dell’accesso alle armi. Per paura di scontentare un blocco di consenso di nicchia, ma molto organizzato.
E Fazzolari? Il sottosegretario che quella riforma l’ha costruita ora deve decidere se difenderla fino in fondo o lasciare che venga sacrificata sull’altare del quieto vivere con i potentati dei poligoni del Nord. La domanda, a questo punto, è se il governo Meloni voglia davvero rimettere ordine nel tiro a segno o se, fino alla prossima strage, sia ancora più comodo far finta di niente.