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Quando gli emigrati spagnoli facevano squadra in Belgio: le storie dimenticate del Saint-Gilloise e di Juan Lozano
Il quarto di finale mondiale tra Spagna e Belgio ha due storie che non compaiono negli almanacchi: quelle dell'Union Saint-Gilloise, diventato il club degli emigrati spagnoli a Bruxelles, e di Juan Lozano a cavallo tra due paesi senza mai giocare in nazionale. Storie di appartenenza che il calcio ha saputo custodire meglio della memoria ufficiale
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Foto Ap, via LaPresse
Bruxelles, primi anni Settanta. Mentre la Spagna vive ancora sotto la dittatura franchista e migliaia di persone cercano la libertà oltre confine, nei quartieri meridionali della capitale belga prende forma una comunità destinata a lasciare un segno profondo. Saint-Gilles, più di altri luoghi del Belgio, diventa uno dei principali approdi dell'emigrazione spagnola. Persone che arrivano per lavorare, ma finiscono per costruire qualcosa di più di una semplice comunità. In quel pezzo di Bruxelles il calcio diventa un linguaggio comune. E l'Union Saint-Gilloise diventa un luogo di riconoscimento. Fondato nel 1897, il club aveva già scritto una parte decisiva della storia del calcio belga: undici campionati nazionali, due Coppe del Belgio e un dominio quasi incontrastato fino alla Seconda guerra mondiale ne avevano fatto una delle grandi potenze del paese. Poi arrivò un lungo declino: decenni lontano dalla massima serie, fino a trasformarsi in una gloria dimenticata. Eppure il tifo non scomparve mai.
Una
squadra adottata da chi era lontano da casa
La rinascita dell'Union comincia molto prima dei risultati sportivi. Comincia sugli spalti.
Gli spagnoli di Saint-Gilles non fondano il club e non ne cambiano la proprietà. Fanno qualcosa di diverso: lo adottano. Per molti emigrati quella maglia gialloblù diventa il modo più semplice per sentirsi parte del quartiere senza rinunciare alla propria identità. Un giornalista locale arrivò a definirlo el equipo español de Bélgica. Non perché fosse una squadra spagnola, ma perché sugli spalti la presenza della comunità iberica era evidente. Le domeniche allo stadio diventavano una prosecuzione della vita del quartiere, un luogo dove la nostalgia si trasformava in appartenenza. La storia del calcio europeo è ricca di club legati a una classe sociale, a una confessione religiosa o a un'ideologia. L'Union Saint-Gilloise rappresentò qualcosa di diverso: una comunità migrante che trovò nel calcio un modo per sentirsi meno straniera.
Il
destino incompiuto di Juan Lozano
Da quella stessa emigrazione nasce anche una delle storie più singolari del calcio belga.
Juan Lozano nasce nel 1955 a Coria del Río, vicino a Siviglia. Da bambino si trasferisce con la famiglia in Belgio, cresce ad Anversa ed entra nel settore giovanile del Beerschot. È un centrocampista tecnico, capace di fare la differenza. Dopo aver scelto il campionato americano, torna da chi l’ha ospitato e, proprio a Bruxelles, con l'Anderlecht, conquista la Coppa Uefa nel 1983, segnando anche nella finale contro il Benfica. Le sue prestazioni convincono il Real Madrid a investire una cifra record per portarlo in Spagna: quasi 200 milioni di pesetas, allora il trasferimento più costoso nella storia del club madrileno.
Eppure la sua carriera internazionale resta sospesa. Vorrebbe vestire la maglia del Belgio, il paese in cui è cresciuto, ma il Senato respinge la richiesta di naturalizzazione. Con la Spagna, invece, non trova spazio. Finisce così per non disputare mai una fase finale di Mondiale o di Europeo, diventando uno dei simboli di una generazione rimasta a metà tra due paesi.
Il
ritorno dell'Union e una memoria che resiste
Quando nel 2021 l'Union Saint-Gilloise torna finalmente in Pro League, la storia del club cambia ancora una volta. Dopo quasi mezzo secolo di assenza dalla massima divisione, la squadra torna immediatamente protagonista, lotta per il titolo, conquista il campionato, la Coppa e la Supercoppa, riportando il proprio nome anche nelle competizioni europee.
Il successo sportivo ha acceso i riflettori su un modello societario innovativo, ma rischia di mettere in ombra la storia che ha preceduto la rinascita. Oggi il Marien è la casa degli expat di Bruxelles, uno stadio dove si incrociano decine di lingue diverse. Fuori, però, il quartiere conserva ancora le tracce della sua anima spagnola: tra Rue de la Victoire e Place du Jeu de Balle, insegne e cognomi raccontano una storia che non è mai scomparsa. È una memoria discreta, mai esibita, che continua però ad accompagnarne la storia. Per questo il rapporto tra il club e la comunità spagnola va oltre la semplice simpatia sportiva. C’è il derby con i portoghesi, niente di cattivo, è solo il racconto di un'integrazione costruita senza manifesti e senza retorica, dentro un quartiere e attorno a una squadra di calcio. Quando oggi l'Union Saint-Gilloise gioca le coppe europee, porta con sé anche quella memoria. Non è soltanto una delle grandi storie del calcio belga ritrovato. È il ricordo di migliaia di emigrati che, lontano da casa, trovarono sugli spalti il modo più semplice per sentirsi parte di una città che stava lentamente diventando anche la loro. E chissà per chi tiferanno davvero nel quarto di finale di questo venerdì.