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Come la Francia è diventata una fabbrica di fenomeni
Non solo Mbappé o Dembélé. I segreti sono: Clairefontaine, le banlieue, i vivai e la continuità di Deschamps che ha trovato il modo di far convivere tanto talento nella stessa squadra
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Foto LaPresse
A oggi non ci sono prove dell’esistenza di forme di vita su Marte e nemmeno di strategie in grado di fermare la Francia in questo Mondiale. Finora ci hanno provato: Senegal, Iraq, Norvegia in versione riserve e Svezia. Non il cammino più complicato, ma nemmeno segnare quattordici gol è scontato. E qui c’è la continua, persistente, dimostrazione di potenza, l’invito a sgranare gli occhi a ogni azione, l’idea che perdersi un minuto possa far perdere un momento di piacere. Non è una questione di tattica, forma, tecnica o tenuta: è che i francesi sono troppi, tutti dotati di talento. Se ti concentri su un pezzo, ti sfugge l’altro. Giurano di essere sempre undici, ma nessuno se la sente di confermare, se ha visto almeno una partita. C’è, per esempio, Michael Olise che se in questa stagione nel Bayern ha segnato ventotto gol, qui ancora non ne ha fatto uno. Però c’è un altro Olise – o forse lo stesso: al momento non è chiaro – che finora per cinque volte ha detto ai compagni “ecco la palla giusta, segnate”. Ha sostituito la prosa della sua presenza sul tabellino con la poesia dell’ultimo passaggio, ha visto spazi che nessuno riusciva a vedere e li ha sfruttati. Cinque assist, se ne fa un altro raggiunge il record di Pelé (sei, nel Mondiale del 1970). La grandezza individuale è nell’accostamento quasi impensabile, quella di squadra è nel fatto che lui ancora non abbia segnato e la Francia faccia gol a ripetizione. Una promessa, in pratica: si può fare ancora di più, se serve una dimostrazione la splendida rovesciata con la quale ha colpito il palo contro la Svezia è già un omaggio al pubblico pagante, l’esposizione di una bozza di opera d’arte. Nel frattempo, provate a prendere Mbappé, che contro il Senegal ne ha fatti tre, contro l’Iraq due, il terzo giorno si è riposato e poi ne ha fatti altri due alla Svezia. E quando si è riposato l’uomo della tripletta è stato Dembelé, che raccontato così sembra un personaggio minore perché segna quando l’uomo-simbolo non lo fa, ma è il miglior calciatore europeo dell’ultima stagione, visto che il Pallone d’oro è esposto nel salotto di casa sua.
Se quando Mbappé non segna da un altro angolo spunta Dembelé è difficile capire da quale parte cominciare per tenere a freno una squadra così debordante, e se oltre i due ci sono Barcola (due volte in gol) e Doué (una) forse è impossibile. Perché siamo arrivati a cinque giocatori per quattro posti, perché Deschamps ha trovato il modo di far convivere tanto talento nella stessa squadra, di moltiplicare il potenziale offensivo che non è ancora totalmente espresso proprio perché Olise, al momento, si sta divertendo a far segnare gli altri. Uno di questi cinque va in panchina, in ogni partita. Chi di questi va in panchina sarebbe un giocatore imprescindibile per qualunque altra Nazionale in corsa, anche le più attrezzate. Volendo allargare il potenziale offensivo a tutti gli attaccanti convocati, la Francia ha calciatori che durante la stagione, con le loro squadre, hanno segnato 167 gol. Ha una ricchezza che nasce su un pianeta così lontano da quello degli altri che Marcus Thuram, che con l’Inter ha segnato diciotto gol in stagione e nel nostro campionato è considerato una delle stelle, ha finora giocato due minuti e basta, un po’ perché non in condizioni perfette ma soprattutto perché prima di diventare titolare ci sono da superare compagni di squadra insuperabili.
Il punto è che la Francia non nasce per caso. Non vanta titoli per miracolo: ha vinto il Mondiale del 2018, la Nations League cinque anni fa, è stata finalista in Qatar e, mentre correva quasi alla pari con le migliori del mondo, ha costruito talenti: Olise, Barcola e Doué hanno 24, 23 e 21 anni. E ha tenuto in piedi un progetto sportivo che affonda le sue basi sulla continuità: Didier Deschamps, che ha annunciato che alla fine del Mondiale lascerà la panchina, guida la Nazionale dal 2012. Le ha dato una forma, ha saputo attendere lo sbocciare degli uomini migliori, poi ha unito il suo progetto ai talenti a disposizione e ha creato una squadra che al momento sembra poter essere fermata solo se decide di non voler giocare più. Non si intravede un avversario, perché non si tratta di avere un sistema difensivo efficiente: servirebbe erigere un muro, pure molto resistente. Non è solo Deschamps, non è solo la continuità il segreto: è un progetto nato nel 1988 con un progetto nazionale di formazione, culminato con il centro federale di Inf Clairefontaine e con un’idea semplice: smettere di aspettare i talenti e iniziare a produrli. Da questo centro, per fare un esempio, è uscito Mbappé. Che è anche un prodotto delle periferie urbane, nelle banlieue di Parigi: zone difficili da un punto di vista sociale, ma incredibilmente fertili in termini calcistici. Dove si gioca a calcio sempre, spesso in spazi stretti, dove sbocciano talenti. I numeri suffragano la teoria: un quarto della rosa di Deschamps è nata nella regione di Parigi.
C’è poi una rete di osservatori federali che permette di seguire, ogni anno, migliaia di bambini, con trecento consulenti tecnici a disposizione per scovare i migliori e portarli nei centri della federazione. Il numero di bambini è ancora più ampio perché nel frattempo in Francia si sono integrate milioni di famiglie di Africa occidentale, Maghreb, Caraibi e territori d’oltremare, allargando il bacino di mini-calciatori da reclutare. La Francia integra: Olise è nato a Londra e cresciuto in Inghilterra, ma il legame familiare e culturale era con la Francia e lui ha scelto. La Francia forma: Dembelé e Doué sono frutto dell’accademia del Rennes, Barcola del Lione. Scuole che mettono la tecnica al centro e, alla fine, producono così tanta qualità da estendere la nazione oltre la Nazionale: in questa Coppa del mondo i calciatori nati e formati in Francia sono quasi cento, di cui 23 nella rosa di Deschamps, gli altri giocano con altre maglie, diffondendo il messaggio che c’è un modello che funziona. E che per ora, con il Mondiale che entra nel vivo, nessuno riesce a fermare.