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Il magazine OpenTennis e lo sport come ecosistema culturale
“È uno spazio in cui i lettori possono trovare nuove prospettive sul tennis, libere dai vincoli del giornalismo sportivo tradizionale e della fotografia sportiva, che spesso risultano stereotipati”, dice lo scrittore e giornalista David Shaftel

Nel panorama dell’editoria sportiva contemporanea esistono riviste che raccontano il risultato, distillando cifre e statistiche che manderebbero in sollucchero il grande Rino Tommasi (soprannominato ComputeRino per la sua passione maniacale per numeri e record) o Alain Little, l’inventore del Compendium (la bibbia delle stats di Wimbledon). E ce ne sono altre che raccontano ciò che accade prima, durante e dopo una partita. È in questo spazio che nasce OpenTennis, il magazine di The Second Serve, progetto editoriale internazionale nato a New York che guarda al tennis come fenomeno culturale prima ancora che agonistico. Diretta dallo scrittore e giornalista David Shaftel, tra le firme più autorevoli del tennis contemporaneo, OpenTennis rappresenta l’evoluzione di un’idea editoriale che negli ultimi anni ha contribuito a cambiare il modo di raccontare questo sport. Shaftel è stato infatti tra i fondatori e direttori di Racquet Magazine, la pubblicazione americana che ha rivoluzionato il racconto del tennis, portandolo fuori dalla cronaca sportiva per intrecciarlo con arte, letteratura, fotografia, design, musica e costume. Dopo la conclusione della sua esperienza a Racquet, ha dato vita a The Second Serve, una nuova casa editoriale indipendente dalla quale ha preso forma OpenTennis.
“Faccio il giornalista da sempre. Ho lavorato in tutti i settori del giornalismo, dai quotidiani alle riviste, ma ciò che amo davvero è l’editing, occuparmi dei contenuti, certo, ma anche della fotografia, delle illustrazioni, dell’impaginazione, della composizione tipografica e della carta, insomma della costruzione del magazine dalla a alla z. È per questo motivo che lo scorso anno ho lanciato la mia creatura, OpenTennis”, dice al Foglio David Shaftel nel quadro dell’evento di lancio della quarto numero di OpenTennis a Wimbledon, organizzato al pub Dog & Fox, nel cuore del village a sud-ovest di Londra. Quando gli chiediamo perché ha deciso di puntare su una rivista cartacea, ci risponde così: “Oggi i social media hanno veramente un grande forza. Tuttavia sono convinto che nel mondo ci siano ancora abbastanza persone che hanno voglia di fermarsi a fare le cose alla vecchia maniera: dedicare più tempo alla lettura che un semplice scroll, attardarsi su una foto scattata come si deve e di grande formato, e tenere qualcosa di bello tra le mani”, dice al Foglio Shaftel. OpenTennis dimostra che il tennis è un linguaggio capace di dialogare con la cultura contemporanea, spaziando dalla fotografia d’autore alle grandi storie umane dietro quello sport meraviglioso che è il tennis. La rivista di David Shaftel, che nel suo cv ha collaborazioni col New York Times, Financial Times e Monocle, è concepita come un oggetto da collezione. È un magazine che ha l’eleganza visiva delle migliori riviste indipendenti ma allo stesso tempo riafferma i valori classici del reportage, dell’intervista e del long paper come elementi centrali dell’esperienza di lettura. Quando gli chiediamo di definire l’identità di OpenTennis, Shaftel ci mostra il retro della rivista dove campeggiano queste cinque parole: “Tennis. Art. Travel. Fashion. Ideas”.
“È la nostra filosofia”, sottolinea Shaftel. Il tennis come ecosistema culturale, un luogo nel quale convivono agonismo, estetica, viaggi, architettura, moda, gastronomia, benessere, innovazione. La scelta del grande formato è per valorizzare le foto, a cui il direttore di OpenTennis tiene molto, così come la bella scrittura. “È importante proporre contenuti di alta qualità”, dice al Foglio il direttore di OpenTennis, prima di aggiungere: “Un’altra cosa che mi piace molto del giornalismo è che è temporaneo. Se qualcosa non mi piace, o se non è proprio come volevo che fosse, abbiamo un’altra chance nel numero successivo. Si può sbagliare, ma c’è sempre un’altra possibilità”. OpenTennis non rincorre il flusso continuo delle notizie online: propone contenuti destinati a durare, da conservare e rileggere, come accade per le migliori riviste di cultura e lifestyle. È una rivista pensata per chi desidera comprendere il tennis nella sua dimensione più ampia, come fenomeno culturale, sociale, creativo. “Cerchiamo sempre di essere originali, di raccontare il tennis come non è mai stato fatto prima”, afferma Shiftel. A pochi passi da noi, Stanislas Wawrinka, special guest dell’evento che due giorni fa era sul Campo 1 di Wimbledon a lottare contro Matteo Berrettini per un posto al secondo turno, spilla pinte di birra e scherza con i presenti. “Fare questo tipo di eventi è importante per far crescere OpenTennis e per creare una comunità attorno a essa”, dice al Foglio Shiftel.
Nell’ultimo numero, c’è la tennista tedesca Eva Lys in copertina, un articolo sul tennis a Forte dei Marmi, un altro sull’istrionico tennista francese Terence Atmane, un reportage sui campi in terra battuta di Varsavia, ma anche consigli per essere stilosi sugli spalti degli Slam e uno speciale sulle carte da collezione Topps Chrome dedicate ai campioni del tennis. OpenTennis dedica ampio spazio anche ai protagonisti meno conosciuti del circuito: allenatori, preparatori atletici, fotografi, raccattapalle, artigiani delle corde, designer, collezionisti di racchette storiche e giovani talenti ancora lontani dai riflettori. “È uno spazio in cui i lettori possono trovare nuove prospettive sul tennis, libere dai vincoli del giornalismo sportivo tradizionale e della fotografia sportiva, che spesso risultano stereotipati”, spiega al Foglio Shiftel, prima di concludere: “Pubblicare riviste cartacee può sembrare anacronistico, ma è proprio questo il punto. Gran parte della copertura digitale, specialmente i ‘content’, è effimera, usa e getta, svanisce in un batter d’occhio. Le riviste cartacee non solo offrono uno spaccato della cultura in un determinato momento storico, ma possono anche fungere da rifugio per chi si sente alienato dall’assalto della cultura digitale”.