Il compleanno di Mike Tyson e la sua vita spericolata

Dall’inferno di Brownsville al trono dei pesi massimi, passando per Cus D’Amato, i trionfi, il carcere, i morsi a Holyfield e il lento declino. Sessant’anni pieni di trionfi, cadute e rinascite. E non è ancora finita 

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Foto ANSA

Manca davvero poco al traguardo dei 60. E, per come ha vissuto i primi 59 abbondanti, vien quasi da dire che non era scontato. 30 giugno 1966, New York City, quartiere di Brownsville. Zona ad altissima densità umana, popolato storicamente da afroamericani, latinos e caraibici, uno dei quartieri più poveri e violenti di Brooklyn. Michael Gerard Tyson nasce di giovedì e diventa subito “Mike”.
Il giorno prima, l’esercito degli Stati Uniti aveva iniziato bombardamenti particolarmente intensi contro Hanoi e Haiphong durante la Guerra in Vietnam. Da novembre 1963, dopo l’assassinio di JFK, Presidente degli Usa era Lyndon Johnson. Sarebbe rimasto alla Casa Bianca fino a gennaio 1969.
L’infanzia di Mike è un concentrato di tutto quel che può generare una rabbia difficilmente controllabile. Totale assenza del padre, povertà ai limiti dell’indigenza, isolamento sociale e bullismo subito (celeberrimo l’episodio da lui raccontato di quando uno sconsiderato, che non sapeva con chi stesse rischiando di aver a che fare in futuro, gli uccise uno dei suoi adorati piccioni), contatti con la criminalità e non con la scuola. Tutto questo, attraversando la perdita della madre nel 1982 e periodi più o meno lunghi in strutture carcerarie non esattamente a misura di recupero dei minorenni. Mike accumula in quel periodo una rabbia pari solo alla sua forza brutale. Lo stereotipo del pugile americano nero, cattivo, passato per le patrie galere e salvato da una figura sostitutiva del padre, trova il suo culmine quando la pepita grezza trova il suo gioielliere: Cus D’Amato.
Mike si è raccontato in due testi, entrambi scritti con e da Larry Sloman. In “Undisputed Truth”, del 2013, Iron Mike parla di Brownsville, di Cus, della sua ascesa fino al titolo mondiale (brutalizzando Trevor Berbick per diventare il più giovane campione del mondo della storia dei pesi massimi), di Robin Givens e il loro matrimonio, della condanna per stupro, e la prigione non da teppistello, ma da maturo e ricco campione. Il tutto segnato dal rapporto di totale dipendenza con due elementi non certo alleati della vita da atleta: eroina e sesso. Forse non nell’ordine.
In “Iron Ambition”, scritto quattro anni più tardi, Tyson esce un po’ dall’abito smargiasso e scende in profondità, indagando con maggiori dettagli il suo rapporto con D’Amato e la disciplina mentale per diventare un campione. C’è un filo conduttore temporale nella storia di questo eterno cucciolo travestito a volte da satana, altre volte da vendicatore. È il mese di giugno. Decisivo per la sua vita sportiva dopo esserlo stato, al limite dell’invasione nel successivo, per quella biologica. Giugno 1984, torneo di selezione olimpica per i Giochi di Los Angeles. Mike ha 17 anni, incrocia i guantoni con Henry Tillman. Forza allo stato puro contro grande tecnica. I cazzotti del primo fanno assai male, ma è il secondo a portare a casa il match ai punti. Mike non poté quindi partecipare al torneo olimpico, quello che negli anni ’60 aveva dato l’oro a Clay (Roma 1960, ma nei mediomassimi), Frazier (Tokyo 1964) e Foreman (Città del Messico 1968). Tillman vincerà poi la medaglia più prestigiosa, passando in semifinale sul nostro Angelo Musone con un verdetto (5-0) che non pochi definirono un vergognoso furto ai danni del valoroso campano.
Tyson non portò rancore, nella prima autobiografia definì Tillman un buon pugile, soprattutto ne ammirò la capacità di essere tecnico e disciplinato sul ring. I due si sarebbero incontrati poi tra i professionisti. Tyson aveva appena perso la corona contro Buster Douglas a Tokyo in uno dei più clamorosi “upset” della storia dello sport mondiale. Tillman, non esattamente fortunato, lo ritrovò nel primo match successivo, con Tyson vagamente in cerca di vendetta contro il mondo intero. Per Tillman la luce rimase accesa 2 minuti e 47 secondi, prima che il redivivo Iron Mike gliela spegnesse del tutto con un destro che avrebbe messo KO un toro nell’arena. Gli altri due epic moments della carriera di Mike in giugno sono un po’ più noti. 27, ovviamente giugno, 1988. Tyson era campione WBC, WBA e IBF, con un record di 34 vittorie e nessuna sconfitta. Michael Spinks era 31-0, aveva battuto (due volte) Larry Holmes ed era considerato “campione lineare” dalla rivista The Ring. Ovvero il migliore, pur senza avere la corona (aveva conquistato quella IBF ma gli era stata tolta per non aver voluto affrontare lo sfidante designato, Tony Tucker). Il match di Atlantic City fu considerato la resa dei conti. “Farò male a questo tizio”, furono le ultime parole di MT prima di mettere il paradenti. Spinks, fin lì un grande pugile, fratello di Leon che aveva battuto un distratto e declinante Alì, era terrorizzato. Per sua fortuna, la tortura durò poco. Dopo un minuto, scoprì per la prima volta in carriera cosa si prova a mettere il sedere sul tappeto. Poi Tyson infierì sulla sua mascella con un destro definitivo che al minuto e 31” mise fine non solo all’incontro, ma all’intera carriera di Spinks. Che da quella sera non sarebbe mai più salito su un ring. Cosa che lo accomuna a non pochi pugili travolti dalla furia del Tyson di quel periodo, a detta di quasi tutti ingiocabile.
Undici anni e un giorno dopo quel match, era il 28 giugno 1997, Tyson decise di andare oltre il pugilato. Si trasformò in un novello Hannibal Lecter, morse al terzo round l’orecchio destro di Evander Holyfield nella rivincita mondiale (Holyfield aveva vinto il primo confronto per KOT all’undicesima ripresa), portandogli via un pezzo di cartilagine. Poi si avventò, per par condicio, anche sul sinistro. Finì tutto lì, con interruzione del match, squalifica, multa, pubblico ludibrio e la sensazione che Mike avesse perso del tutto la testa. Ci fu un ultimo flash nel mese di giugno della vita di questo quasi sessantenne. 8 giugno 2002, Memphis. Mike appare in declino, si accende la possibilità di sfidare Lennox Lewis (campione WBC-IBF-WBA) in un incontro che potrebbe ridargli quel titolo che lui, insieme a molti altri, considera di non aver mai perso. Tyson è teso come non mai, cerca di fare a botte subito nella conferenza stampa di presentazione. Arriva troppo “carico” la notte della sentenza sportiva. Lewis è in stato di grazia, soffre qualche ripresa all’inizio, ma poi fa il torero e infilza l’ultima banderilla all’ottavo round. Per molti osservatori, anche in considerazione di quel che avremmo visto dopo (compresa la baracconata indegna con, non contro, lo youtuber Jake Paul), quello fu l’ultimo giro di giostra per il Mike Tyson vero. Che pare ora abbia in canna un terzo episodio con Holyfield oppure una sfida a Floyd Mayweather (una cosa che andrebbe vietata, anche solo per la differenza di taglia tra i due). Tutte cose per il botteghino e la vanagloria. Per un eterno figliolo, mai in pace con sé stesso seppur a pochi metri dallo striscione dei meravigliosi sixties.