Gonçalo Ramos al Milan e la peste nei Promessi sposi

Il Milan ha acquistato dal Paris Saint-Germain l'attaccante portoghese. La speranza per i rossoneri è che non vada a finire né come con l'ultimo Gonzalo passato in rossonero, Higuain, né come con con Gonzalo Fernandez de Cordoba all'epoca di Manzoni

29 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 15:19
Immagine di Gonçalo Ramos al Milan e la peste nei Promessi sposi

Foto Ap, via LaPresse

All’ultimo Gonzalo, diciamocelo, non è andata benissimo. Nel gennaio del 2019 celebrato l’estate prima come il vessillo della rinascita rossonera dall’ineffabile coppia Fassone-Mirabelli – i Bouvard e Pecuchet del nuovo corso sinofarlocco (molto più insopportabili di quei due simpatici sprovveduti del fai-da-te) – Higuain se ne andò e venne salutato da pochi rimpianti e molti improperi. In quell’occasione, andammo a chiedere un’intervista a Carlo Emilio Gadda che delle reiterate paturnie di don Gonzalo in Pastrufazio aveva previsto tutto ottant’anni prima. Non sospettavamo quale cognizione avesse del Pipita l’Ingegnere, e, a dire il vero, non lo avremmo saputo neppure a intervista conclusa. Quanto a dolore, però, noi milanisti, modestamente, da qualche anno a questa parte abbiamo un certa frequentazione.
Così, ora, al profilarsi all’orizzonte di un Gonçalo-bis – passi la minima variazione nella grafia – ci siamo rivolti ad Alessandro Manzoni, che conosceva bene un altro Gonzalo, da quel che si trova nei Promessi sposi. Don Lisander tuttavia, noto interista, ci ha negato l’intervista per quanto impossibile fosse di suo: dice che di “genti meccaniche e di piccol affare”, leggi “cacciaviti”, ha già detto e scritto tutto quello che si poteva dire e scrivere un paio di secoli fa, e che quindi lo lasciassimo in pace.
Ci tocca allora esercitare un poco di ermeneutica sul testo fondativo della nostra tradizione romanzesca, per capire – oserei dire per vaticinare – un orizzonte possibile circa il futuro rossonero del nuovo centravanti lusitano.
Perché Gonçalo – per non dire del… Ramos, che ci porterebbe su un lago sbagliato – porta il nome dello sciagurato governatore di Milano negli anni in cui un giovane e laborioso filatore di seta del Lecchese, ma un po’ maldestro del mondo, s’innamora di una tanto graziosa quanto pia collega, a dispetto delle mire lubriche che sulla ragazza ripone un mammasantissima del paese: in breve, e per citare un altro classico, contemporaneo e post-moderno, come Francesco Bianconi: “Musica che c’era prima della peste di Milano”.
Don Gonzalo Fernandez de Cordoba non compare mai come personaggio nel romanzo, ma del suo nome si fa menzione fin dal primo capitolo, quello della passeggiata del povero don Abbondio, intimidito e minacciato dai due bravi; e lo si fa proprio a proposito delle grida che i governatori del ducato di Milano promulgavano per estirpare, invano, le violenze di quegli sgherri al servizio dei prepotenti hidalgo spagnoleschi. Quel Gonzalo, inefficace come i suoi predecessori nel far rispettar le leggi, si dimostra non solo inetto ma pure dannoso nell’affrontare la grande carestia che affligge Milano e il contado. Piuttosto che abbassare i prezzi del pane, l’unica sua preoccupazione è quella di finanziare e mantenere le truppe spagnole impegnate nell'assedio di Casale, fastidioso accidente in cui si è incagliata la sua campagna di conquista del Monferrato. Dall’impresa guerresca il Gonzalo spera di ricavare gloria, a imitazione del suo illustre e quasi omonimo avo Consalvo, detto il Gran Capitano, che, durante le campagne d’Italia di inizio XVI secolo, era stato il visionario inventore dei tercios, compatti quadrati di picchieri, archibugieri e moschettieri che stanno all’arte della guerra come difesa alta e trappola del fuorigioco alla rivoluzione sacchiana del calcio.
Un secolo dopo, questo Gonzalo era al massimo un caporale, come si legge tra le righe del Manzoni. Che lo detesta. Con tutti i guai che stanno per abbattersi sul ducato, il governatore trova pure il tempo di occuparsi dello sprovveduto tessitore messo al bando da Milano, e fuggito oltr’Adda in territorio veneziano dopo i tumulti popolari di San Martino; e di reclamarne l’estradizione all’ambasciatore della Serenissima a Milano. La pietra tombale della storia sulla figura dell’inetto governatore viene tuttavia posata quando, messo in guardia da Alessandro Tadino, l’ispettore sanitario, che, certo che “in quell’esercito covasse la peste”, gli consiglia vivamente di impedire il passaggio nel Milanese ai lanzichenecchi chiamati a dare manforte all’assedio di Casale, Gonzalo risponde “che i motivi d’interesse e di riputazione, per i quali s’era mosso quell’esercito, pesavan più che il pericolo rappresentato; che con tutto ciò si cercasse di riparare alla meglio, e si sperasse nella Provvidenza”. Che invece non arrivò. Anzi.
Don Gonzalo, sia per gli insuccessi militari nel Monferrato sia per la dissennata amministrazione del Ducato, venne rimosso dalla carica e “la partenza fu trista per lui, come lo era la cagione”. Una folla tumultuante accompagnò la carrozza fuori Porta Ticinese, “gridando: “la va via la carestia, va via il sangue de’ poveri,” e peggio. Quando furon vicini alla porta, cominciarono anche a tirar sassi, mattoni, torsoli, bucce d’ogni sorte, la munizione solita in somma di quelle spedizioni; una parte corse sulle mura, e di là fecero un’ultima scarica sulle carrozze che uscivano”. Quando qualche mese dopo scoppiò il flagello della peste, ci fu chi, senza bisogno dei social, sparse addirittura la voce che l’epidemia fosse una vendetta del tristissimo don Gonzalo “per gli insulti ricevuti nella sua partenza”.
In un’epoca in cui il dibattito verte sul mantenimento della lettura obbligatoria dei Promessi sposi a scuola, pare abbastanza evidente che il parere, quantomeno scaramantico, del Manzoni non sia stato consultato prima dell’acquisto più oneroso della storia del Milan. E che abbiano invece avuto la meglio i persuasivi maneggi del Conte Zio Mendes.