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Al mondiale gli Usa sono candidati a sorprendere
La Nazionale allenata da Mauricio Pochettino è una delle note liete della prima fase del torneo. Non saranno da titolo come credono Trump e Ibra, ma non si sa mai
29 GIU 26

Foto LaPresse
Trentadue anni fa, quando l’influenza degli Stati Uniti sul mondo del calcio era ben diversa da quella attuale non solo sul campo, ma anche in termini di proprietà made in Usa sparse per il pianeta, era stato uno “strettino” di Bebeto a spegnere il sogno di Alexi Lalas e compagni negli ottavi del Mondiale casalingo, con un gol che rivisto ai giorni nostri sembra un video trasmesso a velocità dimezzata. Otto anni più tardi, invece, ci aveva pensato una capocciata di Michael Ballack a fermare la corsa a stelle strisce ai quarti di finale. Sembrava l’inizio di un percorso inesorabile di crescita, invece gli Stati Uniti si sono sostanzialmente fermati, e quel quarto del 2002 rimane sostanzialmente il miglior risultato di sempre, a meno di voler considerare l’anomalo terzo posto del 1930.
Tralasciando le sparate di Donald Trump e Zlatan Ibrahimovic sulla possibilità statunitense di arrampicarsi fino alla vittoria finale, la Nazionale allenata da Mauricio Pochettino è una delle note liete della prima fase del torneo, non tanto in relazione ai mezzi, quanto al clima che si respirava alla vigilia, con il tecnico argentino che per mesi era andato alla ricerca della formula giusta senza trovarla. Serviva anche a lui, forse, un’esperienza così, dopo essere finito nel tritacarne del Chelsea: aveva cercato di mettere ordine in un posto praticamente impossibile e ne ha pagato le conseguenze, risalendo però abbastanza presto in sella per guidare il progetto mondiale degli Stati Uniti. La sconfitta nella notte italiana tra giovedì e venerdì contro la Turchia non ha cancellato i buoni segnali sotto il profilo del gioco delle prime due uscite, ha però messo in mostra alcuni pericolosi problemi relativi alla fase difensiva: buon per Pochettino che siano emersi in una partita sostanzialmente inutile, visto che il primo posto era già in tasca e all’orizzonte si profila un sedicesimo di finale abbastanza abbordabile, contro la non irresistibile Bosnia, e che dolore ci provoca doverlo scrivere ripensando alla sciagurata notte di Zenica.
Sotto i riflettori c’è ovviamente Christian Pulisic, arrivato al Mondiale dopo mesi di dormiveglia con l’intenzione di prendersi la scena e finito ai box dopo soli 45 minuti della partita d’esordio. Contro la Turchia, nella ripresa, è tornato in campo e ha fatto vedere che la gamba c’è. Aver passato il girone senza fatica con il suo apporto praticamente nullo è forse la notizia più importante per Pochettino, che avrà modo di aggiustare ciò che non ha funzionato con la Turchia e di continuare a cavalcare un gioco mai così fluido e la capacità devastante dei suoi su palla inattiva, asso nella manica da non sottovalutare in un torneo breve, ma non brevissimo. Diventa difficile immaginare gli Stati Uniti campioni, come vorrebbe Donald Trump e come ha ipotizzato Ibra, ma quel che è certo è che dopo mesi di peregrinazioni tattiche, Pochettino sembra aver trovato la quadratura con un assetto fluido, che lo ha riportato quasi ai tempi del Southampton, quando sembrava predestinato a una carriera di grandi successi.
