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L’Europa del calcio resiste, manca solo l’Italia. Parla Olivier Guez
Per lo scrittore la globalizzazione ha rafforzato il ruolo del Vecchio continente nel football, trasformandolo nel luogo dove si concentrano denaro, talento e competizione. Anche le grandi nazionali extraeuropee devono fare i conti con questo modello. E rimpiange il Brasile di Socrates, Zico e Falcão
27 GIU 26

Olivier Guez (foto Ansa)
Parigi. C’è un campo dove il concetto macroniano di “Europe puissance” trova la sua coerenza: il calcio. “Semplicemente perché, a differenza di altri settori, l’Europa del calcio attira ancora tutti i capitali del mondo”, dice al Foglio Olivier Guez, scrittore-flâneur francese con residenza a Roma e una passione assurda e divorante per il football, che è anche il titolo della sua dichiarazione d’amore su carta alla palla rotonda (Une passion absurde et dévorante, Éditions de l’Observatoire). “L’Europa è la Silicon Valley del calcio, i migliori giocatori vengono a giocare in Europa perché da noi si possono pagare stipendi di qualsiasi entità. La manodopera costa di più in Europa che altrove, e questo è spesso un problema. Ma nel calcio non lo è. Ci sono le infrastrutture, c’è una storia, una leggenda e un intero sistema di diritti televisivi che permette di sostenere questo sistema”, spiega Guez, prima di aggiungere: “E’ vero che la maggior parte dei grandi club, a partire dal Paris Saint-Germain, sono in mano a proprietà estere, non sono, diciamo così, sovrani”.
“Ma dal punto di vista geografico – continua – l’Europa resta il centro del mondo del calcio”. Olivier Guez non è solo uno dei più grandi scrittori contemporanei francesi (ha vinto il premio Renaudot nel 2017 per La disparition de Josef Mengele): è da sempre un fine osservatore e analista del mondo del calcio, con un debole per il Brasile degli anni Ottanta, quello di Socrates, Zico e Falcão. “Era una Nazionale straordinaria, con il suo gioco rischioso, allegro, tutto dribbling e magia, ma era anche ingenua”, dice al Foglio Guez con un filo di nostalgia. “Oggi il Brasile gioca all’europea, la tattica è più importante della tecnica. Certo, in questi ultimi trent’anni ci sono stati artisti eccezionali come Romario, Ronaldo, Ronaldinho, ma la Seleçao è ormai diventata noiosa da guardare quanto la maggior parte delle nazionali europee”, afferma lo scrittore francese, che nel 2014 aveva celebrato in un libro, Éloge de l’esquive, i funamboli brasiliani che hanno trasformato il calcio in una danza irrazionale. Tra i motivi che secondo Guez hanno snaturato il Brasile c’è anche “la pressione di ottenere risultati”. “Una pressione che è figlia delle delusioni dell’82 e dell’86, due traumi che non sono mai stati superati, perché quel Brasile era ancora più forte di quello dei Mondiali del ’70”, sottolinea Guez.
L’Europa non ha invece avuto un’influenza eccessiva sulla Nazionale argentina, né su quella uruguaiana. “Da vent’anni l’Argentina ha un fenomeno fuori dal comune che si chiama Lionel Messi, ma ha mantenuto le sue caratteristiche: un gioco piuttosto duro e passaggi corti. Il suo stile di gioco non è cambiato più di tanto. In Uruguay il bacino di talenti è più ristretto, quindi molto dipende anche dai singoli giocatori. Ma il paese ha mantenuto il proprio Dna. La globalizzazione del calcio ha avuto un effetto relativamente limitato sugli argentini e sugli uruguaiani”, spiega al Foglio Guez. Che non disdegna questo Mondiale allargato a 48 squadre, con i piccoli grandi miracoli dell’Ecuador che vince contro la Germania e del Congo che ferma il Portogallo dell’eterno Cristiano Ronaldo. “Non so quale sarà il risultato finale dei Mondiali, anche se ho una mia idea. Ma si sa già, salvo imprevisti, che ci ritroveremo ancora una volta con la Francia, la Spagna, e probabilmente anche la Germania, l’Olanda e il Portogallo a ridosso delle semifinali”, assicura Guez. L’Europa del calcio resiste. Manca solo l’Italia.
