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Non è un papa nero •
Nomi e strategie di Malagò, il “figlio della Figc” che vuole replicare il modello Coni
Mancini, Mornati, Maldini, Gama. Il toto-nomi dell'ex presidente del Comitato olimpico nazionale italiano per rifondare il calcio dopo le tre mancate partecipazioni ai mondiali
23 GIU 26

Foto Ansa
Giovanni Malagò è bravo e fortunato. Due caratteristiche fondamentali. Lo raccontano la sua storia e il suo medagliere. E’ riuscito addirittura a trasformare un Circolo romano nella società sportiva più medagliata del mondo. Non del Tevere. Quanto ha poi fatto da presidente del Coni è nella memoria di tutti, a cominciare da quella del presidente Mattarella. L’onda lunga dei suoi successi è andata anche oltre il suo regno, premiando il suo successore Luciano Buonfiglio, mentre lui era già seduto su un’altra poltrona a raccogliere gli applausi come presidente della Fondazione Milano Cortina. Più la politica (una parte della politica, d’accordo) lo tirava giù, più lui si tirava su. Adesso aggiunge una poltronissima alla sua collezione: è il nuovo presidente della Federcalcio. “Non un papa nero, ma un figlio della Figc”, ha tenuto a precisare. Lo ha votato il 68,58 per cento degli elettori, più di quanti glielo avevano promesso. Numeri che hanno commosso pure lui che di vittorie se ne intende. Numeri che però non servono a nulla se pensate che Gravina arrivò al 98,68 per cento e dopo la mancata qualificazione è stato spinto a dimettersi quasi avesse calciato lui i rigori in Bosnia.
Malagò sa che il consenso non basta. Lo ha sottolineato subito: “Da solo non posso fare niente, con voi posso fare tutto”. D’altra parte se c’è una cosa che Giovanni Malagò sa fare meglio degli altri è costruire la squadra e poi giocare di squadra. Una cosa che ha imparato dal suo amico Luca di Montezemolo, che per riportare la Ferrari a dominare il mondo aveva usato la stessa formula: circondarsi degli uomini migliori. Malagò è uno che sa stare sul palcoscenico, lo ha dimostrato nella Cerimonia d’apertura e in quella di chiusura dei Giochi di Milano Cortina con due discorsi che hanno lasciato il segno (ieri l’applausometro ha invece premiato quello di Matteo Marani, presidente della Lega Pro) non solo perché sa passare dall’italiano all’inglese transitando per lo spagnolo come pochi altri. La sua grande abilità è avere attorno chi lavora con lui e per lui sapendo che lui ha comunque un tocco vincente. E’ stato il Re Mida dello sport italiano e forse è anche per questo che il calcio gli ha votato la fiducia. Il suo programma è semplice da raccontare, difficile da eseguire: “I problemi sono sempre gli stessi: competitività della Nazionale, impiantistica, sgravi fiscali, scommesse, decreti. La parola giovani è sempre ricorrente. La B ha evidenziato che sono indispensabili. E poi come si fa a non apprezzare la riforma Zola? La Figc deve essere fonte di ispirazione, ognuno deve essere protagonista. Bisogna ottenere ricavi in più, e in questo mi avete dato atto che qualcosa sono riuscito a fare nei settori dove ho lavorato. Tenere la schiena dritta è sempre utile, si ottiene molto di più. Le nostre radici non sono solo nostalgia, ma devono diventare uno stimolo per il futuro. Vi farò sentire orgogliosi di andare verso una nuova epoca del calcio italiano”, aveva detto ancor prima dei voti. Dopo ha ribadito come sia necessario “ripristinare i rapporti con la politica”, almeno con chi della politica ha cercato in ogni modo di sgambettarlo perché un’altra parte ieri un secondo dopo l’elezione era già al telefono per complimentarsi. Cinque telefonate in pochi minuti, il grande nemico, il ministro Abodi, è stato il secondo a chiamare e poi ha pubblicamente estratto il calumet della pace: “Congratulazioni e buon lavoro a Giovanni Malagò… Auguro buon lavoro anche al Consiglio federale e a tutto il sistema calcio, con l’obiettivo di rilanciare il calcio italiano”. Venerdì in calendario il primo incontro.
Malagò deve costruirsi una grande squadra, trovare un Carlo Mornati del calcio. Ha giurato di non aver ancora contattato nessuno per offrirgli la panchina della Nazionale, ma il nome di Mancini non è uscito per caso, anche se ha fatto storcere il naso a molti. Dopo quello che il Mancio ha fatto nell’estate di tre anni fa con la fuga verso i petrodollari. Ma il Mancio è uno che sa inventarsi i giocatori, andando a cercarli tra i giovani e all’estero. Sarà fondamentale avere un direttore tecnico che lo guidi in territori che conosce meno. Un nome forte (Maldini o chi per lui) gli permetterebbe anche di avere una vicepresidente come Sara Gama. Sarebbe un po’ come ripetere la formula di successo del Coni con Silvia Salis e poi Diana Bianchedi, ma con Mornati direttore generale. L’esperienza Coni può essere preziosa in tanti altri campi come lo ius soli (il caso Antropova insegna), la caccia agli sponsor, l’organizzazione degli Europei 2032. Sarà più difficile, anche perché il mandato scadrà nel febbraio 2029. Comunque dopo il governo. Ma con Malagò nulla è impossibile.