Le assurde feste (ma si capisce il perché) per i 40 anni del brutto fallo di mano di Maradona

Mentre si giocano i Mondiali della super tecnologia infantiniana, si celebra come libertà un semplice, volgare, un'infrazione del regolamento dopo la quale il Pibe esultò fino a metà campo il 22 giugno 1986. Per molto meno oggi i giornali italiani che inneggiano alla “libertà” avrebbero voluto Bastoni a testa in giù

23 GIU 26
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Foto Ansa

La mano dell’asado. Scrivendo non sapevamo ancora, colpa del fuso orario Maga, se la mano di bragia abbia funzionato come l’altra, di mano. Ma qui tutta la questione era di propiziare un gol di Lautaro, bomber argentino ancora a digiuno. Per il bene del fútbol albiceleste e anche della storia del calcio, sappiamo però che grazie a Dios il divin Leo Messi i gol li fa senza asado e senza mani. Ieri correva l’anniversario (anniversario, ohibò) del celebre o famigerato gol con la mano segnato da Maradona il 22 giugno 1986 nei quarti di finale del Mondiale messicano contro l’Inghilterra. Cioè di uno dei momenti più sleali della storia sportiva. Eppure un’infinità di moralisti col pallone degli altri hanno festeggiato “la mano de Dios”, anzi addirittura “l’ultimo giorno di libertà del calcio”. Cazzo, poi devono avere inventato gli arbitri.
Si giocano i Mondiali della super tecnologia infantiniana, che invero assomigliano un po’ al Grande fratello, ma intanto si celebra come libertà un semplice, volgare, fallo di mano dopo il quale il Pibe esultò fino a metà campo, per molto meno oggi i giornali italiani che inneggiano alla “libertà” avrebbero voluto Bastoni a testa in giù. Ma sapete, lì c’era la perfida Albione. C’erano state le Falkland, cioè una guerra di invasione contro un territorio retto da una democrazia occidentale malamente persa dai generali dittatori argentini che buttavano i desaparecidos dagli aerei. Ma ancora, dopo cinquant’anni, ci tocca sentire giustificazionismi da centro sociale come questo: “Una sorta di rivincita simbolica e di riscatto sociale, non solo per l’Argentina dopo la guerra delle Falkland, ma anche contro le ingiustizie subite dai paesi più poveri a causa del colonialismo”. E’ la strabiliante narrazione di Angelo Carotenuto su Repubblica. Roba che manco Manu Chao a cena coi fantasmi di Gianni Minà e Bergoglio. Pazzesca l’ostinazione a ritenere un mito e una liberazione il fallo furbastro di un fuoriclasse, ça va sans dire, ma non esattamente un esempio morale, di quelli che oggi la Fifa e la Uefa rompono i coglioni ai ragazzini di imitare (se no non giochi).
Uno insomma che cinque anni dopo fuggì da Napoli inseguito da una squalifica di 15 mesi per cocaina; che otto anni dopo fu squalificato ai Mondiali per doping; che 19 anni dopo era a Mar del Plata a spiegare a Chávez la globalizzazione; che ventidue anni dopo raccontava a Kusturica (peraltro in un film perfetto in quanto sgangherato) che la mano de Dios era stata la vendetta contro la globalizzazione. Uno score di anniversari uno peggio dell’altro, eppure ieri il quarantesimo del furto del secolo è stato celebrato ancora come “l’ultimo giorno di libertà del calcio”. Sul Corriere Maurizio De Giovanni ha raccontato che ha la foto del fallo di Maradona appesa. E’ come se uno tenesse la foto di Goikoetxea che spacca la caviglia di Maradona. Ma che idea del calcio, di sport, e persino di legge bisogna avere? Ha scritto “per grazia de Dios il Var non c’era”, si rallegra che nessun Var distopico abbia potuto ristabilire la giustizia: altrimenti non ci sarebbe stato “nessun Mundial, nessuna reazione politica e nessun sussulto di dignità nella guerra delle Malvinas”. Grazie a Dios, senza distopie, il giocatore più grande di sempre è Messi.