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1967-2026 •
È morto Igor Protti
Ha iniziato con il Rimini, ha segnato 227 gol, è stato l’emblema del centravanti proletario ed è stato amato ovunque ha giocato

Foto Ansa
Nel 1980 Igor Protti tornò a casa da scuola, andò in cucina, si sedette - era il tavolo dove mangiava tutta la famiglia - aprì un quaderno nuovo, a quadretti, e cominciò a scrivere la sua vita, in modalità di gol. Aveva tredici anni, tutto doveva ancora avvenire. Smise di annotare la sua contabilità esistenziale - di molti gol Protti ha vissuto - soltanto tanti anni dopo, nel 2005, quando la sua carriera di professionista - cominciata giovanissimo nel club di casa, il Rimini, anno di grazia 1983 - si era srotolata fino alla fine, segnando la sua personalissima storia di uomo e di calciatore speciale.
Se n’è andato Igor Protti, aveva 58 anni, il male che era comparso la scorsa estate l’aveva reso pubblico e affrontato con dignità. La famiglia ha reso noto un comunicato, una lettera d’addio preparata da tempo: "Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale. Difficile provare parole che possano spiegarlo, l’unica cosa che posso fare è ringraziare la mia grande e meravigliosa famiglia che ho adorato".
La sua grande famiglia è stata quella del calcio. Ventidue anni di pallone, dal 1983 al 2005, duecentoventisette (227) gol in carriera, tre volte capocannoniere, in A, B e C. Figlio di un muratore, una vita di sacrifici, schizzata dalla polvere e dalla malta degli umili, Protti è stato l’emblema del centravanti proletario, il centravanti-cannone che tutto solo, in una domenica pomeriggio qualunque, da Messina a Livorno, verso il cielo nero nero si incammina e lì, nella terra di nessuno, azzarda una rovesciata che riscatta un intero popolo. È stato amato ovunque, Protti. Portava in dote romanticismo, appartenenza, identità.
È stato “Zar” a Livorno, dove con Cristiano Lucarelli ha costituito una delle coppie-gol più iconiche degli ultimi trent’anni. Idolo a Bari, dove festeggiava facendo il “trenino”. Un giorno uscì di casa e vide un pullman. C’era scritto: "Igor, Bari ti ama". Si mise a piangere, da solo.
Tifava Rimini, tifava Milan, gli piaceva Gianni Rivera, andava matto per un tipo che si chiamava Sarti, il libero del Rimini dei suoi anni da ragazzino: quando la squadra perdeva, Sarti faceva cenno a tutti di andare in attacco, in curva suonava la tromba per dare la carica ed la Romagna che avanzava. Con il Bari vinse il titolo di capocannoniere della Serie A nel 1995-96, alla pari con Beppe Signori della Lazio. I suoi 24 gol non bastarono ad evitare la retrocessione dei “Galletti”. Gli è mancato l’azzurro della Nazionale. Il ct Maldini nell’estate del 1996 gli fece una mezza promessa, dicendogli che l’avrebbe convocato per i Giochi di Atlanta. Ebbene, quelle Olimpiadi Igor le vide in tivù
A Napoli fu l’ultimo ad indossare la 10 di Maradona, prima che la maglia venisse ritirata. Faceva teatro per beneficenza, era attivo nel sociale. Si è sempre speso per gli altri. Quando l’ardire sorresse muscoli e fantasia, Protti segnava gol spettacolari, di quelli che nelle tivù private vanno in loop, operazione nostalgia. Sapeva fare il suo mestiere, lo sapeva fare maledettamente bene. Ci rimane cara la sua faccia da spadaccino, le rughe sotto agli occhi e molto mare negli sguardi. Aveva questa curiosa abitudine, prima di ogni partita cercava un posto tranquillo, spesso lo sgabuzzino del magazziniere, si stendeva su una branda e faceva un sonnellino, un quarto d’ora. venti minuti, mai di più. Sognava il gol che sarebbe arrivato, l’adrenalina che rende elettrici, la consolazione che placa i sensi e a tutto dà un senso.
