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l'intervista •
Le ultime bracciate di Luca Dotto
Al Trofeo Settecolli il primo italiano a scendere sotto i 48 secondi nei 100 stile saluta il nuoto con la serenità della saudade: tra ricordi, rimpianti olimpici e una nuova vita da costruire fuori dall’acqua

Foto LaPresse
In Brasile la chiamano saudade, quel mix di nostalgia e malinconia che, come spiega Luca Dotto, primo italiano a scendere sotto 48 secondi nei 100 metri stile libero e vincitore di diverse medaglie mondiali ed europee, è quello che prova ora che dirà addio al nuoto. Al Trofeo Settecolli di Roma (26-28 giugno) si leverà la cuffia per iniziare una seconda vita, all’insegna di nuove sfide.
Come arriva all’ultima gara?
Con estrema serenità: è un momento della carriera che sai che prima o poi arriverà, specialmente dopo i 30 anni, quando non sai come il fisico possa reggere. Fino al 2024 ho spinto al 100 per cento, ma sia ‘23 che il ‘24 sono stati anni pieni di dolori, di infortuni, di giornate passate dal fisioterapista. Poi ho deciso di fare altre due stagioni con più leggerezza, con l'obiettivo di godermela e costruire una vita al di fuori del nuoto. Alla fine ho capito che volevo fare altro, andando oltre questa magnifica bolla dello sport.
Il primo ricordo in acqua?
Avevo 4-5 anni, ero in piscina con mia cugina Chiara, più grande di otto anni, che rimase con me nella piscina bassa di Cittadella, dove sono cresciuto, a insegnarmi le tecniche di base. Penso poi ai successi, ai momenti agrodolci perché oltre alle vittorie ci sono state tante sconfitte, però quando arrivi alla fine ripensi a tutto con una nostalgia romantica. Quella sorta di saudade che ti accompagna per il resto della vita, quando qualcosa ti mancherà per sempre.
È soddisfatto?
Sì, con il passare degli anni ti rendi conto che anche il risultato che sembrava più scontato, non lo era, nulla è lasciato al caso. Mi reputo un nuotatore che non ha vinto tantissimo, però quel poco che ho fatto mi ha reso orgoglioso. Non avevo questo talento cristallino che mi avrebbe permesso di fare chissà cosa e i risultati che ho avuto hanno assunto un altro valore.
Vittoria più bella e rammarico?
Ce ne sono tante: penso alla staffetta 4x50 stile, fatta con il gruppo sportivo della Forestale agli italiani: eravamo davvero in quattro nel gruppo del Nuoto ma amici di sempre. Prendemmo un bronzo inventandoci la staffetta, fu un momento di gioia. I rammarichi più grandi sono le Olimpiadi del 2012 e del 2016. A Londra, mi infortunai a maggio alla schiena, rimanendo fermo quasi un mese e poi faticai a recuperare. A Rio arrivavo con il secondo tempo al mondo nei 100 stile, con record italiano, con il titolo europeo ma nella fase di scarico qualcosa andò storto, avevo il potenziale per una medaglia, ma lo sport insegna anche questo, pur facendo le cose per bene, certi risultati non arrivano. Capisci come rialzarti, amando quello che fai. Il nuoto mi ha insegnato a guardare step by step, a essere ambizioso, rimanendo nel presente, senza demoralizzarsi guardando ai passi in avanti che fai anche se impercettibili.
Ora che succede?
Da due anni ho ricominciato a studiare, a gennaio mi dovrei laureare in Sport, Football and Management. Continuo con le telecronache e collaboro con uno studio di comunicazione, con uno di management e vorrei ampliare la mia academy. Sarò presente in tanti ambiti: dovrò imparare, fare nuovi errori. Senza nulla togliere alla carriera che avrei potuto fare nei Carabinieri (da cui si è congedato, ndr), mi piace investire sulla mia crescita, senza la comodità del posto fisso che, per molti, è tutto. La paura più grande era quella di terminare la carriera e ritrovarmi senza obiettivi, trovandomi in una situazione a me non congeniale.
