La sobrietà ritrovata delle acconciature dei calciatori in questa Coppa del mondo

Poche chiome ardite, pochissime colorate o decolorate, cappelloni in ritirata, creste o crestine sparite, disegnini a lametta quasi estinti, giusto qualche treccina e qualche rasta, ma tutti o quasi senza appropriazione culturale. E non è per forza un male: "Il Mondiale era diventata un trionfo di ostentazione da quattro soldi, di un kitsch che faceva rabbrividire", ci dice Jan Micheli, a lungo parrucchiere dei calciatori

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Foto Ap, via LaPresse

Nella poco sobria America trumpiana, negli stadi messicani coloratissimi e pieni di sgargianti sombreri o in quelli canadesi un po’ tristanzuoli e molto scollacciati, i calciatori che giocano i Mondiali 2026 si sono trasformati in banalotti impiegati ministeriali. Poche chiome ardite, pochissime colorate o decolorate, cappelloni in ritirata, creste o crestine sparite, disegnini a lametta quasi estinti, giusto qualche treccina e qualche rasta, ma tutti o quasi senza appropriazione culturale. “Ho visto più fantasia in ambasciata quando sono andato a fare il passaporto che negli stadi della Coppa del mondo”, dice al Foglio Jan Micheli, oltre quarant’anni di onorata carriera con forbici e rasoi in mano tra Monaco di Baviera, Londra e Berlino, nonché barbiere di fiducia di molti calciatori del Bayern München tra gli anni Settanta e Ottanta, prima, e di Arsenal e Tottenham poi. Per i primi, Jan Micheli era Herr Friseurschere, per i secondi Mr. Mullet, “perché se il Mullet spopolò nel Regno Unito un po’ di colpa, o merito a seconda del punto di vista, è anche mia”.
I primi anni Ottanta erano gli anni della Liverpool capitale del calcio inglese e della Londra periferia pallonara, “ma se le vittorie andavano altrove era ancora Londra a comandare nei look e all’epoca Glenn Hoddle era uno dei più amati dal pubblico. A me del calcio non è mai fregato granché, ma i calciatori venivano da me perché ero bravo con le forbici non perché ero bravo con i piedi. E soprattutto perché al mio salone passava David Ball dei Soft Cell, Vince Clarke degli Yazoo, all’epoca aveva ancora i capelli (ride, ndr), Brian Eno e soprattutto Simon Le Bon dei Duran Duran. Insomma parte della Londra cool. Glenn Hoddle era un duro in campo, ma voleva essere cool pure lui. Per questo gli adattai un mullet da urlo e da quel momento il mullet, che sia chiaro non me lo sono inventato io, divenne anche una pettinatura calcistica apprezzatissima”.
Per Jan Micheli “le acconciature dei calciatori ai Mondiali 2026 sono piuttosto banali. Non è per forza un male, perché nelle edizioni precedenti, la Coppa del mondo era diventata un trionfo di ostentazione da quattro soldi, di un kitsch che faceva rabbrividire. I capelli colorati in modo sbarazzino hanno francamente stufato. Quei disegnini fatti a lametta sui lati della testa? Ommioddio che robaccia!”. Secondo Jan Micheli il ritorno a una sobrietà nelle capigliature è anche una reazione a certe brutture estetiche: “Vediamo un presidente di uno dei paesi più potenti al mondo che se ne va in giro con un nido di rondine in testa e per giunta colorato male. E’ normale che un persona si schifi e si ribelli a questo gusto dozzinale. Se Trump ha la sobrietà di un affezionato cliente di un pub, ecco che tutto il resto, per rigetto, rientra in canoni, oserei dire, classici”. E poi “forse ora manca un po’ di fantasia. Il calcio è uno spettacolo, i calciatori sono uomini di sport e di spettacolo. Ora che anche il cinema è banalotto, si sono banalizzati pure i calciatori. Nulla di sorprendente”.