La sesta grande estate di Guillermo Ochoa

Il portiere del Messico ogni quattro anni ripropone la migliore versione di se stesso. Questo sarà il suo sesto Mondiale in campo

9 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 09:37
Immagine di La sesta grande estate di Guillermo Ochoa

Foto Ap, via LaPresse

Ogni quattro anni, con una cadenza di spaventosa puntualità, sugli schermi di tutto il mondo si manifesta un animale bizzarro, un portiere che non arriva nemmeno lontanamente a sfiorare il metro e novanta, i capelli ricci declinati in forme più o meno diverse in base agli anni che passano. Un portiere che appare all’improvviso, sembra tra i più forti del mondo in un periodo ristretto che va dalle due alle tre settimane e poi sfugge dai nostri occhi. A leggere la carriera di Guillermo Ochoa, per tutti “Memo”, viene quasi da sorridere, perché dopo un decennio da perno dell’América ha iniziato a girare l’Europa come una mosca impazzita, senza mai brillare davvero: Ajaccio, Malaga, Granada, Standard Liegi, un nuovo ciclo di quattro anni nell’América, quindi Salernitana, Avs e Ael Limassol.
Con quella arrivata per il Mondiale “parzialmente” casalingo, Ochoa ha strappato la sesta convocazione per una Coppa del mondo della sua leggendaria carriera: aveva già eguagliato il record di un’altra icona della porta messicana, Antonio Carbajal, che era stato il primo a toccare il traguardo dei cinque Mondiali, poi raggiunto dai vari Buffon, Matthäus, Ronaldo e Messi, con questi ultimi due che arriveranno a quota sei proprio come Ochoa. Ed è incredibile che nel libro dei record, a quota cinque, ci siano altri due messicani, “el gran capitán” Rafa Marquez e Andres Guardado.
Nel corso della sua carriera, il Mondiale è sempre stato fonte di ispirazione per Ochoa, che in un paio di occasioni si è presentato addirittura da svincolato al massimo torneo, mettendosi in mostra mentre tutti erano lì a chiedersi come fosse possibile che un uomo capace di quei riflessi fosse ancora senza contratto. E pensare che la sua storia ha rischiato di finire prima di iniziare: il debutto tremendo tra i pali dell’América, spinto dalla visione di Leo Beenhakker e dall’infortunio di Adolfo Rios, avrebbe steso chiunque, figurarsi un diciannovenne catapultato tra i pali e costretto a capitolare due volte nei primi tre tiri.
Ma quella di Ochoa è anche una storia di treni persi: una positività al clenbuterolo lo aveva escluso dalla Gold Cup 2011 insieme ad altri quattro compagni proprio quando stava per sbarcare al Paris Saint-Germain. Non era stato doping ma intossicazione alimentare, ma vallo a sapere, vallo a spiegare: “Se me lo dicevi prima”, come cantava Jannacci. Al Psg, alla fine, ci sarebbe andato Sirigu. E Ochoa, che aveva visto sfumare anche un approdo inglese un anno prima, ormai voglioso di mettersi alla prova in Europa, aveva accettato un piano B meno nobile, quello dell’Ajaccio, disposto a scommettere su di lui nonostante lo spettro di una possibile squalifica. Nella sua incredibile storia d’amore con la “Tri”, Ochoa ha dovuto combattere anche lo scetticismo dei commissari tecnici, da Aguirre – che ironia della sorte è quello che gli ha appena consegnato il sesto gettone mondiale – a Miguel Herrera.
Divenuto quasi un fenomeno di costume dopo la Coppa del mondo 2014 e una strabiliante prestazione contro il Brasile, ha alternato per anni momenti di buio profondo a esaltazioni impressionanti, quasi sempre con la maglia del Messico addosso. E adesso, a quarant’anni, si gode quello che sarà il suo ultimo ballo, chissà, forse addirittura da titolare visto che la porta del Messico è alle prese con la pesantissima assenza di Malagon. E per usare una frase cara a Julio Velasco, nessuno gli toglierà tutti quelli che ha già ballato.