L’addio di Di Fulvio ha fatto piangere Recco

Dopo 12 anni il capitano della Nazionale italiana di pallanuoto lascia la Pro Recco per Barcelloneta dopo aver vinto tutto in Liguria

6 GIU 26
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Foto LaPresse

La voce dell’addio si è diffusa prima fra i caruggi che sui social. Le parole più sincere e commoventi sono sgorgate da un vecchio appassionato: “Mi piange il cuore”, ha confessato. E per chi a Recco ha vissuto l’epopea di Pizzo e Lavoratori, Ghibellini e Alberani, fino a quelle di Ferretti e Tempesti, Benedek e Madaras, per chi ha identificato la propria cittadina nella capitale della pallanuoto di sempre, quel “mi piange il cuore” – da ligure – vale molto di più di una dichiarazione di amore, rispetto e fede. Francesco Di Fulvio, dopo 12 anni in cui ha vinto tutto quello che si poteva vincere con il club più titolato al mondo, andrà al Barceloneta. Scriviamolo subito: ci mancherà.
Nato anfibio (“Mio padre mi buttò in acqua, fu così che cominciai a nuotare, sopravvissi, mi adeguai, mi abituai, mi appassionai”), cresciuto acquatico (“Papà pallanuotista e mamma insegnante di nuoto, fratelli pallanuotisti, il mio destino era segnato”), innamorato subito (“Una foto mi ritrae bambino, avrò avuto sei o sette anni, nella piscina delle Naiadi a Pescara, sono così piccolo che la palla sembra grande il doppio”) e subito giocoliere (“Irresistibilmente attratto dalla palla, tanto da pensare che se non fosse stata pallanuoto, magari sarebbe stato calcio o pallavolo”), Di Fulvio aveva 18 anni quando s’illuminò di immenso: “A Firenze, quel giorno capii che la pallanuoto non era solo gioco, allegria, divertimento, piacere, squadra, ma di più. Forse un modo per essere, per esprimermi, per diventare”.
“Ogni gol è un silenzio”, “Un sentimento di totalità” e “La totalità è un campo, un campo di gioco, una piscina”: da “Palombella rossa” di Nanni Moretti. “La pallanuoto – spiega Di Fulvio – è sempre stata divertimento, e il giorno in cui non mi divertirò più, lo interpreterò come un campanello d’allarme e la fine di una storia. La parte dedicata al nuoto a volte è pesante, la parte trascorsa in palestra a volte è ripetitiva, ma quando ho la palla in mano, continuo a sentirmi come un bambino sulla spiaggia, al mare, in acqua. La felicità, credo, è quella. Come per un corridore salire in bicicletta, come per un rugbista entrare in mischia. Una scintilla che si accese forse quando mio padre mi gettò in acqua, un fuoco che divampò quando scoprii che le vasche erano strade, mete, traguardi, un incendio in certe partite, in certi tornei”.
Partite più o meno perfette: “La partita perfetta non esiste. Ma di belle, importanti, memorabili, vinte, ma anche perse, comunque combattute, quelle ci sono state, e sono state tante. Con la Pro Recco, con la Nazionale. Ai Mondiali, alle Olimpiadi. L’esperienza insegna a staccarsi da luoghi e tempi, da circostanze e pressioni, una specie di bolla che separa da spettatori e famigliari, tifo e responsabilità, concentrandosi soltanto su compagni e avversari, difesa e attacco, superiorità e inferiorità, dunque schemi e strategie, e sempre su arbitri e giudizi”. Da giocatore, da capitano: “Ciascuna partita esige un suo discorso, diverso, unico, a seconda del momento, della situazione, degli avversari, di quello che dobbiamo e vogliamo dimostrare innanzitutto a noi stessi. Una parte del discorso la preparo, un’altra parte la lascio all’improvvisazione, all’istinto, alla naturalezza. E ogni discorso è trasmissione, comunicazione, contagio, quasi un esame”. Anche ispirazione? “Leggo libri di sport, sono affascinato da altre discipline, c’è sempre da imparare. ‘Open’ di Agassi ha aperto, lo dice anche il titolo, modi e modalità, ma anche ‘Noi Italia pallavolo’ di Fefè De Giorgi e ‘Il leader calmo’ di Carlo Ancelotti”.
La pallanuoto è ancora una grande famiglia: Eraldo Pizzo, il mitico Caimano, ha fatto una colletta tra i suoi vecchi amici e compagni di squadra per donare due porte nuove all’antica rivale Nervi, da poco rinata. Intanto il gioco è molto cambiato: “Più fisico che tecnico, più muscolare che istintivo – dice Di Fulvio – Se è vero che di tutti gli sport si dice che siano come gli scacchi, ma umani, atletici, grandi e grossi, la pallanuoto è come gli scacchi per la strategia, ma sempre con la lotta, il combattimento, l’uno-contro-uno, e lo è sempre di più, e in più adesso ha anche la velocità, 28 secondi per concludere, ma se si pensa che mediamente otto se ne impiegano per andare dalla difesa all’attacco, ne rimangono soltanto 20. Insomma, c’è molto meno tempo per ideare e dare scacco matto. E tutto questo in un campo accorciato. Insomma, è come se avessero ristretto la scacchiera”. Risultato: più tiri, e più forza nei tiri, e più gol, che non significa necessariamente anche più spettacolo (o migliore spettacolo). “Le nuove regole hanno modificato i gesti – aggiunge Di Fulvio – ma non lo spirito. Nella pallanuoto è lo spirito di squadra. Qualche iniziativa personale, se non egoistica, può ancora essere ammessa, ma solo se fatta in favore della propria squadra”. Per concentrarsi, basta rituali: “Solo uno spreco di energie”.
Rimarrà, anzi, tornerà in Nazionale? Di Fulvio: “La voglia c’è. È un mondo che mi appartiene. E inseguo la mia quarta Olimpiade”.