Che cosa ci racconterà il Mondiale senza l’Italia

Da Rimet a Trump, dall’allargamento voluto da Infantino all’americanizzazione del calcio globale

6 GIU 26
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Foto Ap, via LaPresse

Ogni grande evento sportivo planetario è, per il fatto stesso della sua esistenza, una rappresentazione del mondo e delle tendenze fondamentali dell’epoca in cui si svolge. Figuriamoci la Coppa che, dal 1930, il mondo lo porta impresso nel suo nome, e che tra qualche giorno si appresta a inaugurare la sua ventitreesima edizione, per la seconda volta nella sua storia in terra americana. Partiamo dunque da qui, e dalla visione che animò quasi un secolo fa il suo fondatore, Jules Rimet. Un personaggio di cui si parla troppo poco, liquidato nelle storie calcistiche con poche righe, che aveva l’ambizione di fare della Coppa del mondo di calcio la versione sportiva dell’allora neonata Società delle Nazioni. La diplomazia sportiva come annuncio del trionfo della solidarietà tra le nazioni, come un altro dirigente sempre francese stava già facendo da qualche decennio con le Olimpiadi. Una visione, quella di Rimet, figlia tanto dell’universalismo della sua fede cattolica, quanto della rilevanza nella Francia del tempo di un’altra figura dimenticata come Leon Bourgeois, statista e figura decisiva nella fondazione della Società delle Nazioni, autore del pamphlet Solidarité, entro le cui coordinate è inscritto il senso della genesi dell’evento oggi più seguito al mondo. Nella folta giungla di rappresentazioni diaboliche e corruttive di cui è oggetto da decenni la Fifa, soprattutto nel mondo anglosassone, va ricordato questo anelito fondativo alla pace, lo sport come servizio alla pace, e ovviamente prende una certa vertigine pensare alla distanza con il mondo del Fifa Peace Prize assegnato nel dicembre 2025 a Donald Trump.
Già, il mondo di Trump, che sarà grande protagonista mediatico di questa Coppa del mondo, con la sua smania agonistica di apparire vincitore tra i vincitori e di propagandare la sua idea di ritrovata grandeur americana attraverso l’evento più imponente del mondo, in cui Canada e Messico ricopriranno il ruolo di comparse-vassalli, ma anche nella contraddizione, vigilata con fare paranoico soprattutto dal segretario di Stato Rubio, per cui ogni tifoso che raggiungerà gli Stati Uniti verrà trattato come un potenziale e futuribile immigrato illegale.
C’è poi il mondo post-europeo di Gianni Infantino, inventore del format a 48 nazioni che è tappa intermedia verso un torneo che si allargherà sempre di più in futuro. I Mondiali di calcio non sono però le Olimpiadi, la realtà presenta una resistenza inaggirabile. Il dominio euro-sudamericano (e la presenza del calcio a quelle latitudini è un prodotto storico del colonialismo europeo) è immutato da cento anni. Il resto del mondo, rari outsider di turno a parte, continua a essere appendice inessenziale delle fasi più importanti del torneo, e questo nonostante da decenni, soprattutto alle latitudini asiatiche, si registri una crescita costante di investimenti, programmi, progetti. Addirittura i sistemi calcistici di Francia e Germania hanno formato un quarto dei calciatori presenti al Mondiale, in quella che possiamo considerare a tutti gli effetti una Coppa “franco-tedesca”. Non è più un gap di ricchezza e non è solo un gap organizzativo, la vera forza calcistica euro-sudamericana risiede nella persistenza delle culture sociali, è quanto si calcia la palla sin dall’infanzia e con quanta passione e desiderio si vive il sogno di diventare calciatori e di formare calciatori, e fateci caso, in Italia il dibattito non affronta mai queste verità primarie, ma solo aspetti derivati.
Sarà poi la Coppa del mondo di un mondo che ha superato l’antica frattura sportiva tra le due sponde dell’Occidente, vivente lungo tutto il XX secolo. Nella Vecchia Europa il calcio come religione civile di massa, nel grande oceano di terra nordamericano uno sport di nicchia riservato a qualche comunità di immigrati europei, tratto ben visibile nei cognomi dei protagonisti della nazionale americana di 30 anni fa, capitanati da Tony Meola. Nel giro di un trentennio abbiamo assistito a un rovesciamento epocale, con gli Stati Uniti via via divenuti il centro nevralgico del calcio mondiale. Non perché siano diventati forti e vincenti con la loro Nazionale maschile, in una mediocrità dovuta a fattori che ricordano la crisi italiana, nonostante la diversità di capitale demografico e di strutture: costose accademie private come unico luogo di formazione del talento, stress competitivo indotto per via genitoriale. Sono divenuti centrali perché rappresentano il principale mercato dell’attenzione globale, compresa quella calcistica. Non il più nutrito, ma il più ricco e quello con i trend demografici più interessanti a livello di seguito giovanile, quello in cui esserci conta di più. Lo sa la Premier League che si è stretta in matrimonio alla principale emittente americana sin dal 2013. Lo sa la Championship che tra non troppi anni potrebbe raggiungere nei ricavi la Serie A anche grazie al Wrexham hollywoodiano. Lo sa la Mls, che da tre stagioni sta beneficiando del Messi-effect. Gli Stati Uniti sono calcisticamente centrali anche per un’altra ragione: il dominio finanziario e un’enorme liquidità pronta ad atterrare in giro per il mondo li ha resi proprietari di gran parte delle squadre europee. Di riflesso si è americanizzato tutto il calcio, sempre più statistico, sempre più atletico e sempre meno legato agli aspetti di fantasia e astuzia creativa di cui Jorge Valdano qualche giorno fa ha lamentato la scomparsa. Da questo punto di vista stiamo vivendo l’era della povertà estetica del calcio, però non percepibile da chi è arrivato dopo, in un mondo molto più popolato che nel XX secolo e sempre più attratto dalle celebrities, e cosa c’è di più appetibile da questo punto di vista del duello infinito tra Messi e CR7? È di matrice americana, infine, la trasformazione economica ed antropologica degli stadi, luoghi in cui ormai si ambienta la teoria della classe agiata di un grande sociologo americano come Thorstein Veblen.
È anche la Coppa del mondo del disinteresse cinese e indiano, con contratti per l’acquisto dei diritti televisivi conclusi all’ultimo, a cifre tra le più basse. Sono lontani i tempi di Deng Xiaoping che non si perdette una partita di Maradona a Italia ’90, come raccontato da Ezra Vogel nella sua monumentale biografia-agiografia del leader cinese. Potremo davvero chiamare in futuro Coppa del mondo quella che non riscalda i cuori e cattura davvero le attenzioni di tre miliardi di persone?
L’ultimo pensiero è sull’Italia e il suo declino. Carlo Ancelotti sarà l’ultima madeleine di una civiltà calcistica al tramonto, che non produce più grandi calciatori da due decenni, e ora non produce più nemmeno grandi arbitri e allenatori? Siamo davvero destinati a essere l’Ungheria calcistica del XXI secolo?