“A Monaco si vince con il sedere”. Intervista a Riccardo Patrese

“Quella di Monte Carlo è una pista dove il pilota può ancora fare la differenza” ci dice l'ex pilota di Formula 1. Che aggiunge: "Antonelli ha un’occasione d’oro. E a Toto Wolff piacerebbe vederlo campione"

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Foto Lapresse

Da Monaco a Monaco. Dal 23 maggio 1982, giorno in cui Riccardo Patrese vinse il suo primo Gran premio e finì a ballare con la Principessa Grace, a oggi che l’Italia torna a sognare con un suo pilota nel Gran premio più folle che sia. Dalla Formula 1 di Niki (Lauda) a quella di Kimi (Antonelli), come nel titolo dell’ultimo libro che Riccardo ha scritto insieme a Giorgio Terruzzi. “Quando andavamo a Monte Carlo sapevamo che c’era un’atmosfera particolare. Era forse il Gran premio più importante che un pilota potesse vincere. C’erano la tradizione, i principi, il gala, tutta quella dolce vita che ti faceva sperare di essere tu il vincitore”. E Riccardo quell’anno se la sentiva, tanto che mise lo smoking in valigia (“Non è lo stesso della foto di copertina, sono in forma, ma non esageriamo”). “La Brabham era veloce e le caratteristiche del circuito erano favorevoli alla mia macchina. Monaco mi dava la speranza di essere protagonista. Lo smoking? Non si sa mai, magari ha portato bene. Quello fu un anno strano, se fossi rimasto fino alla fine sulla Brabham BT49 invece di passare alla BT50 chissà, magari avrei potuto vincere io il Mondiale… Lo conquistò Rosberg vincendo una gara sola...”. Inutile pensarci, il 1982 fu davvero un anno maledetto, basta pensare a Gilles, a Pironi, a Riccardo Paletti.
Il fascino di Monaco resiste negli anni, anche se ogni tanto qualcuno si alza e dice che andrebbe abolito, come fece George Russell l’anno scorso: “Sostenere che Monaco dovrebbe essere eliminato perché non ci sono sorpassi è abbastanza irrispettoso. Monaco è un Gran premio particolare: bisogna fare bene le qualifiche, ma resta un circuito speciale”. Un Gran premio che continua a premiare qualità che non tutti possiedono. “Oggi serve ancora il sedere. Perché a Monaco devi essere velocissimo in qualifica e il giro secco dipende molto dalla sensibilità del pilota. Chi ama quel circuito e ha una sensibilità particolare può ancora fare la differenza”.
La differenza rispetto ai suoi tempi è enorme. “Era decisamente più pesante guidare le macchine di allora. Monaco lo metteva ancora più in evidenza. Quando arrivò il cambio al volante pensai subito: che bella cosa. Ero abituato a spostare la mano dal volante migliaia di volte durante un Gran premio”. Se la tecnica ha alleggerito il lavoro fisico, secondo Patrese ha però tolto autonomia ai piloti. “Oggi sono molto più degli esecutori. Fanno quello che viene deciso ai box. Ai miei tempi dovevamo decidere noi”. Un cambiamento che emerge soprattutto dal rapporto con gli ingegneri. “Quando le radio hanno cominciato a funzionare decentemente dicevo sempre: lasciatemi in pace. Parlatemi solo se c’è un’emergenza. Ogni volta che qualcuno mi parlava perdevo concentrazione e vedevo peggiorare i tempi sul giro”.
Per questo guarda con un certo scetticismo alla Formula 1 contemporanea. “Delle volte sono troppo teleguidati. Non hanno neanche la possibilità di prendere decisioni. Spesso sentiamo i piloti chiedere perché abbiano adottato una certa strategia. Ma alla fine devono attenersi a quello che viene deciso dai box”. Nel suo libro il passaggio “da Niki a Kimi” non è un paragone tra Lauda e Antonelli, ma il racconto di due epoche. Eppure del giovane talento bolognese Patrese parla con entusiasmo. “Non mi piace paragonare un pilota a un altro. Però vedo che ha tutti gli ingredienti giusti per diventare uno che può fare la differenza. Ha una chance d’oro e deve sfruttarla. Occasioni così a volte passano una volta sola. Non è detto che la Mercedes abbia ancora questa superiorità in futuro. Quando arriva il momento bisogna prenderlo al volo”. Il fatto di non guidare una Ferrari non rappresenta necessariamente un vantaggio. “Se sei un fuoriclasse non hai problemi a gestire la pressione Ferrari. È successo a tanti grandi piloti e sarebbe così anche per Antonelli. Se non riesci a sopportare quelle pressioni, allora vuol dire che non sei un fuoriclasse”. Riccardo è convinto che oggi il pubblico italiano sia pronto a sostenere anche un connazionale impegnato contro la Rossa, non come ai suoi tempi quando Imola lo applaudì perché uscì di pista mentre era in testa davanti a una Ferrari. “Siamo tutti tifosi Ferrari, ma se un pilota italiano vince con una Mercedes e fa suonare l’inno italiano, dovremmo esserne orgogliosi. Credo che il pubblico oggi sia più educato e più rispettoso di quanto non fosse ai miei tempi”. Uno dei capitoli del libro è dedicato ai rapporti con i compagni di squadra. “È più difficile battere il tuo compagno che un avversario di un altro team. È il termometro che ti misura minuto dopo minuto”.
Il riferimento corre inevitabilmente agli anni in Williams accanto a Nigel Mansell. “Nel 1991 mi chiese addirittura di provare la mia macchina perché pensava che la sua avesse qualche problema. Gli avevo messo dei calli nella testa perché andavo più forte di lui”. Poi arrivò il 1992 e il Mondiale dell’inglese. “Tutto gli girò bene e si sentì su un tappeto volante. Ma credo anche che quella macchina fosse particolarmente adatta alle sue caratteristiche. Lui non giocò pulito, mi nascose alcune cose, mentre io riferivo sempre le mie scelte al team. Comunque quella era una macchina più adatta alle sue caratteristiche e avrebbe vinto lo stesso”. Per un italiano in un team inglese non deve esser stato facile lottare contro un pilota inglese: “Per Kimi non sarà la stessa cosa, il team in fin dei conti è tedesco e i due piloti sono tutti figli di Toto Wolff… però credo che sarebbe contento se il mondiale lo vincesse la sua ultima scoperta, un ragazzo che ha messo presto in auto e ha difeso quando tutti l’anno scorso gli davano addosso”.
Guardando al futuro, Patrese che oggi è anche ambasciatore dell’Aci, individua un problema della F1 di oggi, i costi. “Sarebbe difficilissimo perfino per ragazzi come Schumacher o Hamilton emergere. Se non hai un benefattore, uno sponsor importante o una famiglia molto ricca, è complicato arrivare. Bisogna aiutare i giovani e soprattutto limitare i test. Il talento vero lo scopri subito. Se dai a un ragazzo 50 mila chilometri per allenarsi, prima o poi una prestazione decente arriva. Ma se gli dai poche occasioni, emerge chi ha davvero qualcosa di speciale”. Lui prima di appoggiare suo figlio Lorenzo ha voluto vedere se aveva talento. Quando ha capito che la stoffa c’era, lo ha seguito. Poi anche Riccardo si è trovato di fronte alla barriera economica per proseguire in monoposto. Lorenzo si è così dedicato all’endurance e domenica scorsa ha vinto nella sua categoria a Monza. Guidava una Ferrari 296 GT3. Sarebbe piaciuta anche a papà.