Sport
Il Foglio sportivo •
Ogni maglia racconta una storia
Dai guerrieri di Haiti ai colori di Magritte: la fantasia ridisegna le divise. Belgio, Austria, Giappone, Argentina e Uruguay: così le maglie diventano riferimenti artistici e culturali

Foto Adidas
Tu pensi che questo non abbia niente a che vedere con te. Apri il tuo armadio e scegli quel maglioncino azzurro infeltrito perché vuoi gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti”. Meryl Streep/Miranda Priestly ammonisce così Anne Hathaway/Andy Sachs all’inizio de Il diavolo veste Prada. Un’accusa contro il conformismo sprezzante di chi si ritiene eticamente superiore alla moda. Nemmeno calcio e moda si consideravano attinenti. Una maglia con i colori ufficiali, una seconda bianca e così sia. Poi, nel primo Mondiale americano di 32 anni fa, ecco le divise sgargianti del portiere messicano Jorge Campos. Negli ultimi anni sono aumentate le partnership tra i due mondi, si creano eventi e narrazioni attorno alle divise e ai loro lanci, si gioca di più con audacia e sperimentazione.
In questo nuovo Mondiale americano si potranno vedere addirittura dei guerrieri su una maglietta. Per la precisione su quelle di Haiti, che omaggia i protagonisti della rivoluzione del 1803, quando venne ottenuta l’indipendenza dalla Francia di Napoleone con la battaglia di Vertières. Partecipare a un evento simile per una nazione così piccola è un’occasione per mostrarsi al mondo con la propria storia, la propria cultura e i propri paesaggi. Le tre maglie della squadra caraibica hanno gli stessi motivi, cambiano solo i colori: rossa, blu e bianca. Dietro una palma e davanti, in basso a destra, un gruppo di eroi che sventola la bandiera del paese. Come se la Francia giocasse con una riproduzione de La Libertà che guida il popolo, il quadro ottocentesco di Eugène Delacroix conservato al Louvre. Non succederà, ma la squadra di Deschamps celebrerà comunque la Libertà, quella della Statua. I blues in alcune partite diventeranno i verts menthe, i verde menta, stesso colore del monumento di New York donato proprio dalla Francia agli Stati Uniti come simbolo dell’amicizia tra i due popoli e consegnato per i 110 anni dell’indipendenza americana nel 1886. L’omaggio perfetto a un paese ospitante. Sarebbe strano non indossare questa seconda maglia contro il Senegal, nel match in programma nella Grande Mela il 16 giugno.
La squadra africana sarà solo apparentemente in bianco. Aguzzando la vista sarà facile notare i tantissimi motivi colorati sullo sfondo, un’esplosione di forme che si ispira agli eccentrici Car Rapide, i tradizionali minibus delle strade di Dakar. Le nazionali africane attingono molto dal proprio patrimonio identitario e non hanno paura di osare. La prima maglia del Ghana è una ragnatela colorata che si dipana dalla stella nera al centro, un richiamo a Kwaku Ananse, una figura mitologica dell’Africa Occidentale rappresentata metà uomo e metà ragno. La seconda della Costa d’Avorio è invece un omaggio ambientale in cui i colori ufficiali verde e arancione vengono usati su uno sfondo bianco per disegnare dei piccoli baobab, altri motivi vegetali e dei soli che li illuminano. Anche il Marocco per l’away kit sceglie il bianco. In mezzo però una banda verticale di ornamenti dorati che richiamano l’abilità artigianale nella decorazione di piastrelle e tessuti.
L’estro ha sede in Africa, ma anche negli altri continenti. In Europa è nato il surrealismo di René Magritte, pittore belga che i Diavoli Rossi omaggiano con una seconda maglia spiazzante. Il celeste si unisce al rosa in un mix di linee verticali e forme sferiche, sul colletto la scritta Ceci n’est pas un maillot (questa non è una maglietta), rimando all’opera dell’autore Ceci n’est pas une pipe (questa non è una pipa). Il quadro e l’indumento si pongono lo stesso obiettivo, stimolare l’immaginazione e non dare per scontato ciò che si vede. Ormai non è più solo una maglia da gioco, diventa manifesto culturale, capo di moda. Quella da trasferta dell’Austria gioca con gli stessi colori del Belgio, seppur più sfumati e con delle linee dorate. L’obiettivo è la creazione di un effetto marmoreo che evochi i tavolini dei caffè di Vienna, i luoghi in cui è nata la passione per il calcio.
L’uso appariscente dei colori e dei significati che possono trasmettere non conosce confini. L’Australia affronterà i suoi avversari con una divisa verde scuro sormontata da una fascia corallo all’altezza delle spalle e del petto: un’ispirazione alla luce dell’alba, una testimonianza di fede nel futuro che sorge. Sulla maglia da trasferta del Giappone invece ci sono su sfondo bianco 12 colori, ognuno per una delle strisce presenti: indicano i giocatori in campo, più quella rossa centrale che simboleggia la famiglia del calcio. L’effetto visivo ricorda una divisa da baseball, la cui passione unisce le due coste dell’Oceano Pacifico.
Non c’è nulla invece che piaccia più del calcio in Argentina e in Uruguay. Già così simili nei loro colori tradizionali, entrambe hanno optato per un secondo completo scuro. Non un doppiopetto elegante, ma due maglie che affondano nella tradizione popolare. Il nero dei campioni del mondo viene calcato da accesi motivi azzurri a spirale degni del Fileteado Porteno, lo stile pittorico nato a Buenos Aires. Quello dell’Uruguay convive nella parte superiore con disegni rettangolari azzurri e fluorescenti. Il gioco di forme sembra evocare delle vecchie armature, adeguate a chi gioca nel segno della garra charrua. Il concept si rifà alle finestre della Torre de los Homenajes dello Stadio Centenario di Montevideo, lo stadio in cui la squadra vinse il primo Mondiale della storia. Un accostamento coraggioso, anche se forse Miranda Priestly preferirebbe la classica camiseta celeste, più vicina al suo amato ceruleo.