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Ancora vincenti a Parigi •
La classe operaia del tennis italiano nel paradiso del Roland Garros
Andrea Vavassori e Sara Errani hanno colpito ancora. Quattro tornei del Grande Slam in bacheca (per lei 10, contando anche i 6 femminili), secondo Roland Garros di fila, dopo l’enorme delusione olimpica di due anni fa, sugli stessi campi, quando Vava si ritrovò iscritto a tre tornei diversi

Foto LaPresse
The days we left behind. Nei giorni che ci siamo lasciati alle spalle, quelli che canta sir Paul McCartney nella sua ultima, struggente canzone, niente resta uguale. Nulla resta per sempre. Ma è ovvio, quello che abbiamo vissuto, soprattutto quello che ci ha procurato dolori, aperto ferite mai del tutto chiuse, resta. E’ incancellabile. Si infila in una nicchia del cuore. E lì resta. E anzi, magari ogni tanto viene a farci capolino. A bussarci. A ricordarci che la memoria è la nostra cassetta degli attrezzi, a volte ci risulta pesante portarla con noi, ma ci dà gli strumenti per intervenire. Correggere la rotta. Modificare il corso della nostra storia. A volte anche della Storia con la maiuscola. Andrea Vavassori ha colpito ancora. Lo hanno fatto di nuovo, lui e Sara Errani. Compagni, amici, complici. “Tra noi, c’è un’amicizia sincera, profonda – raccontava Andrea –. Quando perdo, Sara è la prima persona con cui voglio parlare”. Vincenti, soprattutto. Che coppia, ragazzi. Come due ballerini. Un inno alla leggerezza e alla parità di genere. Quattro tornei del Grande Slam in bacheca (per Errani sono dieci totali, con i sei femminili!), secondo Roland Garros di fila, dopo l’enorme delusione olimpica di due anni fa, sugli stessi campi, quando Vava si ritrovò iscritto a tre tornei diversi (il forfait di Sinner lo aveva catapultato anche nel tabellone del singolare) e finì presto e male su tutti i fronti (anche quello con Saretta). Qualcuno ebbe l’ardire di accusarlo: “Hai voluto strafare”. Lui, che ha sempre rispedito la pallina dall’altra parte, rispose tranchant: “Chi mi critica non capisce niente di tennis”. Gioco, partita, incontro. Due anni dopo, eccoci qui. Niente resta uguale, no?
E ci perdoni l’amica del cuore, compagna di mille battaglie, spalla preziosa nella cattiva e, ormai già da un po’, buona sorte, se celebriamo di più questo ragazzone. Saretta è una piccola grande donna, una gigante del tennis di ieri e di oggi, vinceva quando c’erano solo lei e la banda della Fed Cup (e di un paio di clamorosi Slam), e intorno un vuoto che oggi è diventato pieno, di talenti, successi, gioie. E in questo fiume del tennis italiano che ci ha travolto tutti, a furia di remare, anche controcorrente, Andrea Vavassori si è ricavato il suo posto al sole, cosciente del fatto che raramente, e il tennis in questo non fa eccezione, la classe operaia, qui intesa come la categoria dei doppisti, un tempo nobiltà elegante e romantica di questo sport, oggi circuito secondario, anche nei volumi economici che produce, va in Paradiso. Però, se questo è il Purgatorio delle racchette, è comunque un bel vivere e vincere. “Questo sogno non finisce, è ancora vivo”, dicevano Sara e Andrea. Alla prossima. Per Vava è già oggi, in coppia con Bolelli, semifinale contro gli spagnoli Granollers e Zeballos, bestie nere e campioni in carica. Andrea e Simone insieme non hanno mai vinto un torneo dello Slam. Ma questo è l’anno dei miracoli, no?