Mansour Bahrami, il re dei colpi impossibili salvato dal tennis

Senzatetto a Parigi, profugo dall’Iran e poi idolo del Roland Garros: dietro lo showman delle esibizioni si nasconde una delle vicende più straordinarie dello sport

31 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 13:35
Immagine di Mansour Bahrami, il re dei colpi impossibili salvato dal tennis

Mansour Bahrami (LaPresse)

Prima di diventare il re dei colpi impossibili, l’uomo che fa ridere il Roland Garros con le sue partite-esibizione nel Trofeo delle Leggende da lui creato nel 1992, e che si svolge regolarmente durante la seconda settimana dell’Open di Francia, Mansour Bahrami è stato un bambino che guardava il tennis da fuori. Letteralmente. La sua storia comincia lontano dai grandi stadi, nell’Iran degli anni Sessanta. Bahrami nasce ad Arak nel 1956, ma cresce a Teheran, all’interno di un complesso sportivo dove il padre lavora come giardiniere. La famiglia vive in condizioni modeste, in uno spazio minuscolo ricavato accanto ai campi. È lì che il piccolo Mansour scopre il tennis, non come sport da praticare ma come mondo da osservare. I campi appartengono ai ricchi, ai notabili, agli uomini vicini alla corte dello Scià. Lui è il figlio del giardiniere. Per anni il suo posto è dietro la rete. Fa il raccattapalle, guarda, assorbe, registra. Non possiede una racchetta e non può permettersela. Allora inventa. Gioca con padelle, pezzi di legno, utensili da cucina. Qualsiasi oggetto può trasformarsi in una racchetta. Ma il tennis iraniano dell’epoca è un ambiente chiuso. I campi non sono pensati per ragazzi come lui. Poi arriva quel giorno. Il giorno in cui alcuni giocatori e dirigenti della federazione iraniana si accorgono di quel ragazzo che colpisce la palla meglio di molti tennisti allenati. Gli concedono di giocare, gli procurano le prime racchette vere e gli aprono le porte delle competizioni giovanili. Da quel momento la sua ascesa è rapidissima. A quindici anni è già tra i migliori juniores del Paese e a sedici entra nella squadra iraniana di Coppa Davis. Ma proprio quando il tennis sembra offrirgli una via d'uscita, arriva la storia a cambiare tutto. Alla fine degli anni Settanta la rivoluzione islamica trasforma profondamente l’Iran. Molte attività sportive vengono ridimensionate e il tennis viene associato all’élite occidentale, a un modello culturale considerato incompatibile con il nuovo corso politico-religioso. Diversi campi chiudono, i tornei scompaiono e per anni Bahrami vede interrompersi la propria crescita agonistica. Mentre i coetanei accumulano esperienza internazionale, lui resta fermo. Sono gli anni più importanti della carriera di un tennista, quelli che non recupererà mai più. Bahrami sceglie allora di rifugiarsi, come molti altri connazionali, in Francia. All’inizio degli anni Ottanta, con pochi mezzi e molte incertezze, sbarca a Parigi. Non arriva come una stella sportiva ma come un uomo costretto a ricominciare. Per lungo tempo vive in condizioni precarie, tra problemi di visto, difficoltà economiche e occasioni da conquistare giorno dopo giorno. Eppure Parigi rappresenta ciò che Teheran non può più offrirgli: la possibilità di giocare. La Francia diventa la sua seconda patria. Qui ricostruisce lentamente la carriera che la politica aveva interrotto. Non raggiungerà mai il livello che il suo talento da ragazzo sembrava promettere, ma troverà qualcosa di diverso: un’identità unica nel panorama del tennis mondiale, con le sue partite-esibizione che diventeranno un marchio di fabbrica, un mélange di virtuosismo tecnico, comicità e improvvisazione. Mansour serve guardando altrove, colpisce la palla tra le gambe, dietro la schiena, da posizioni che sembrano sfidare le leggi della fisica. Eppure dietro quel sorriso c’è una storia tutt’altro che leggera, segnata dalla povertà e dal dolore dell’esilio. “Nel 1981 sono arrivato nella capitale. E Jacques Dorfmann, direttore del torneo, mi ha concesso una wild card per le prequalificazioni degli Internazionali di Francia. Ho vinto le tre partite delle prequalificazioni e poi le tre delle qualificazioni, riuscendo così a entrare nel tabellone finale. Al primo turno ho battuto Jean-Louis Haillet, allora numero 4 francese, con il punteggio di 4-6, 7-5, 6-4, 7-6. È stata una sorpresa per tutti. Ha suscitato un enorme clamore”, ha ricordato alcuni giorni fa al tennis club Lagardère Paris Racing in occasione dell’uscita del suo libro-intervista con l’amico e avvocato Hamid Gharavi, “Face-à-face” (Éditions Amphora). “In quel periodo ero senza documenti. Vagavo di notte e aspettavo l’alba per sembrare come tutti gli altri. È vero che ero un senzatetto, ma non dormivo per strada. Camminavo tutta la notte e mi dicevo: ‘Se accetto di dormire in questa strada, sono finito’. Dormivo davanti all’ufficio della signora Colette Hamlin, la custode di Roland Garros. Era una donna straordinaria. Era molto gentile con me. Dormivo lì per due o tre ore per ricaricare le batterie e poter camminare tutta la notte. E a partire dall’edizione del 1981 degli Internazionali di Francia, non mi nascondevo più dalla polizia. Non avevo più paura che mi arrestassero non appena mettevo piede su un campo da tennis. Il tennis mi ha salvato. E ogni volta che impugnavo una racchetta, tutte le difficoltà svanivano”, ha raccontato. I risultati, per Bahrami, arrivano soprattutto nel doppio: due titoli ATP e una finale al Roland Garros del 1989 insieme a Éric Winogradsky. Il suo miglior ranking resta il numero 31 del mondo in doppio. Un curriculum rispettabile, ma non tale da spiegare da solo la popolarità che avrebbe raggiunto. La vera seconda vita di Bahrami nasce infatti dopo il tennis professionistico. Mentre molti ex giocatori si ritirano nell’ombra, lui scopre di possedere un altro talento: intrattenere. Trasforma le esibizioni senior in uno show itinerante, in un teatro sportivo. Ogni match diventa una commedia dove il pubblico ride, applaude e resta incredulo davanti alla naturalezza con cui esegue colpi che altri non oserebbero nemmeno immaginare. Non è un caso che la sua autobiografia si intitoli ironicamente “The Court Jester. My Story”, il giullare della corte. Ma ridurre Bahrami a un intrattenitore sarebbe un errore. Dietro ogni colpo impossibile c’è il bambino sognatore che osservava i campi da dietro una recinzione. Dietro ogni sorriso c’è un ragazzo a cui la rivoluzione islamica ha sottratto gli anni migliori. E dietro ogni applauso c’è una delle storie più incredibili che il tennis abbia mai raccontato.