Il Milan non ha imparato nulla. Eppure basterebbe copiare l’Inter

Gli ultimi anni dei rossoneri sono una via crucis continua. Ora l'ennesima rivoluzione dei rossoneri e la decisione di continuare a puntare su Zlatan Ibrahimović quando servirebbe un Marotta

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Se per una società sportiva ogni stagione si trasforma in un anno zero, significa una cosa soltanto: a sbagliare è sempre e soltanto chi la guida, chi sta al vertice. Se anno dopo anno il Milan riparte da zero falciando le teste che stanno al di sotto del primo livello, è evidente che a sbagliare è chi ha scelto quegli uomini. Se prima ingaggi Fonseca e poi Conceição di chi sarà la colpa? Se poi chiami Allegri come salvatore della patria e ti accorgi a fallimento avvenuto che gioca sempre nello stesso modo, di chi sarà la colpa? Perfino il sempre equilibrato Corrierone è sceso in campo come un vecchio pivot che sgomita sotto canestro, per dirne quattro a Ibrahimovic. Non uno striscione davanti alla sede, un commento di quelli pesanti che ha inquadrato benissimo la realtà. Se Ibra non era il primo da cacciare, era il secondo a dover fare le valigie. Non si gestisce una società scavalcando l’allenatore e arrivando pure a sfiorare la rissa. Se uno resta giocatore nell’anima, difficilmente diventerà un bravo dirigente. Se chi era egoista in campo, resta egoista dietro alla sua scrivania virtuale, è impossibile che si raggiungano dei risultati.
E poi c’è chi accusava Paolo Maldini di non fare squadra, ma almeno lui si dedicava anima, cuore e corpo al Milan e i giocatori li sapeva scegliere (sull’allenatore anche lui ha fatto il suo errore con Giampaolo, perché sì non scordiamoci che il Milan negli ultimi anni ha avuto pure lui in panchina). Le ultime stagioni del Milan sono una via crucis continua e pensare che l’ultimo scudetto non è lontano come l’ultimo mondiale della Ferrari. Bisogna retrocedere solo fino al 2022. Cardinale ha festeggiato in piazza quel titolo, poi da quando ha preso in mano la società, ha solo cambiato cavallo alla fine di ogni stagione. Non è semplice guidare il Milan dagli Stati Uniti, non è facile capire il giro del fumo dalle nostre parti. Però un modo ci sarebbe: dare un’occhiata a come fanno i vicini di casa. Anche loro hanno una proprietà americana, anche loro sono nella cassaforte di un fondo. Però hanno affidato tutto a un uomo che se ne intende eccome, lo hanno nominato anche presidente. Hanno lasciato fare a lui e agli uomini di sua fiducia e anche quando si è trovato senza l’allenatore che voleva non è andato su Marte a cercarne uno, si è inventato la promozione di chi aveva il cuore nerazzurro sotto il caschetto.
E con Cristian Chivu, uno che sa anche parlare (lo scivolone Bastoni ci sta) ha rivinto, quasi tutto. Beppe Marotta sta sulle palle a chi non ce l’ha. Ma alzi la mano chi non vorrebbe Marotta alla guida della sua squadra. Forse lo hanno capito anche a Torino dove stanno cercando di riaccendere la Luce da quando se ne è andato. E Marotta come costruisce la squadra? La riempie di italiani… Non tutti sono fenomeni, ma hanno un’anima, sono interisti dentro. Al Milan manca il milanismo e andare a cercare allenatori e direttori sportivi in giro per il mondo rischia di moltiplicare gli anni zero all’infinito. Pensavo fosse una caratteristica della Ferrari di Elkann. Lo sta diventando anche del Milan di Gerry.