Dietro le quinte del Giro, davanti alla corsa. L’uomo che per primo passa sulle strade rosa

Nicola Marinaccio ci racconta com'è vedere le strade sulle quali passeranno i corridori prima di tutti gli altri. Parla l'autista del torpedone che apre la carovana pubblicitaria

30 MAG 26
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C’è un momento, al Giro d’Italia, in cui il ciclismo smette di essere soltanto se stesso. Succede un’ora e mezzo prima del passaggio dei corridori, quando sulla strada compare il primo camion rosa. Davanti a tutti c’è Nicola Marinaccio, sessant’anni a ottobre, quarant’anni passati nell’autotrasporto e dieci edizioni del Giro guidando il torpedone che apre la carovana pubblicitaria. È lui il primo a vedere i bambini correre dietro le transenne con le mani tese per un cappellino e gli appassionati seduti sulle sedie da campeggio ai bordi dei paesi. Ed è lui il primo a capire quando qualcosa può andare storto. “Qui non serve essere fenomeni”, racconta durante il giorno di riposo milanese del Giro. “Serve testa. E responsabilità”. Che detta così sembra una frase da vecchio camionista, ma poi basta ascoltarlo per capire che guidare il mezzo di testa della carovana è una specie di professione a parte.
Una presenza scenica quasi teatrale che è allo stesso tempo autista e narratore. Eppure Marinaccio arriva al Giro, nel 2016, quasi per caso: Rcs cerca un sostituto per un evento e qualcuno fa il suo nome per via dei mezzi particolari che usa nelle manifestazioni. Si presenta con un american truck enorme e cromato. Piace subito. “Da lì non mi hanno più mollato”. Dopo cinque anni cambia lo sponsor: entra Iveco con i suoi mezzi green, ma alla guida vogliono ancora lui. Perché stare lì non è per tutti. In testa abbiamo la Polizia Stradale con le moto e le auto di servizio. Dietro quasi quaranta mezzi degli sponsor che cambiano posizione ogni giorno. Nicola invece resta sempre davanti con due radio accese contemporaneamente: una collegata con l’organizzazione del Giro, l’altra con la carovana.
È una macchina perfettamente imperfetta, il Giro. Dietro la televisione e le immagini da cartolina c’è una specie di città itinerante che ogni giorno si smonta e si ricostruisce cento o duecento chilometri più avanti. Un piccolo esercito di professionisti che deve arrivare prima della corsa e correre via subito dopo. Marinaccio sta esattamente nel punto in cui spettacolo e logistica si toccano. “Se noi ci fermiamo, si ferma tutto”, dice senza enfasi. Le giornate cominciano presto e finiscono spesso molto tardi. In mezzo ci sono i trasferimenti, tanta strada, diversi passi montani, e cinque soste da dodici minuti l’una per lo spettacolo della carovana tra musica, ballerine e gadget lanciati al pubblico. “Tu arrivi, fai casino, e poi devi sparire in fretta”, scherza.
Se il gruppo accelera, accelera anche il circo rosa. Spesso si viaggia tra due ali di folla, a pochi centimetri dalle persone. “Il clacson lo usi per sicurezza, non per scena”. Negli anni ha visto di tutto tra tifosi che attraversano all’improvviso e amatori fin troppo dentro il percorso. Anche il camion, spiega, è quasi una macchina da corsa: pressione delle gomme adattata, quintali di zavorra per avere più aderenza e pneumatici che si consumano dopo appena venticinquemila chilometri. “Abbiamo trovato il giusto compromesso col tempo”. Anche perché, tra trasferimenti e tappe, la carovana percorre più del doppio dei chilometri del Giro vero.
E poi ci sono le variabili che il pubblico non vede. “La concentrazione non cala mai”, dice. È probabilmente questo il punto che colpisce di più: il Giro vissuto non come un’avventura romantica, ma come la somma di tanti incastri da controllare. Una filosofia da artigiano. Marinaccio racconta tutto questo senza retorica. Parla soprattutto di mestiere, di dettagli e di quanto oggi sia difficile trovare qualcuno disposto a fare quel lavoro. Nel 2018 si fermò appena due giorni dopo la morte della madre, poi tornò al volante perché non c’erano alternative.
Eppure, alla fine, quello che lo tiene ancora lì non sono i camion. È la gente. “Quando vedi i bambini applaudire o la gente che sorride durante le soste, capisci perché lo fai”.
Il Giro, insomma, è una famiglia strana che vive un mese in movimento. Dorme poco, mangia tardi, discute, ride, riparte. Forse è per questo che uno che ama rally, motocross e Formula 1 ha finito per innamorarsi anche dei ciclisti. “Io resto uomo di motori”, dice ridendo. “Però quando li vedi salire certe montagne, impari a rispettarli davvero”.