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sulla terra battuta •
La "last dance" di Stanislas Wawrinka al Roland Garros
A Porte d’Auteuil l’ultimo ballo del tennista con una delle storie più crudeli e poetiche dello sport moderno. Per anni è stato raccontato come “l’altro svizzero”, non come un tre volte campione slam

Foto ANSA
Parigi. Al termine dell’ultimo scambio con Jesper de Jong, mentre il pubblico del Simonne-Mathieu, lo stadio-serra del Roland Garros, si alzava in piedi per l’ultima standing ovation, Wawrinka ha rivolto verso la tempia quel gesto diventato il simbolo della sua carriera: l’indice puntato alla testa, per ricordare che le sue vittorie leggendarie, quelle che lo hanno iscritto nel firmamento dei giganti dal tennis, sono nate anche dalla forza mentale e non solo dalla bellezza abbacinante del suo rovescio, “il più bello della storia del tennis”, come disse John McEnroe. Lunedì, a Porte d’Auteuil, è stata la “last dance” di Stanislas Wawrinka sulla terra battuta, l’ultimo ballo del tennista svizzero al Roland Garros, dove nel 2015 trionfò in finale contro Novak Djokovic, il secondo slam del suo palmarès dopo gli Australian Open del 2014 e prima degli Us Open del 2016, ma il più emozionante della sua vita. Una vittoria legata anche ai famosi pantaloncini a scacchi rossi e grigi che indossò durante il torneo, generando risolini e commenti perfidi perché assomigliavano a una tovaglia da pic-nic. “Quando ripenso alla mia carriera, la finale del 2015 vinta qui su questa terra rossa rimane probabilmente il momento più importante e magico della mia vita tennistica. Aver vissuto quelle emozioni davanti a voi è stato un privilegio”, ha detto ieri Wawrinka a fine partita, visibilmente commosso e con la voce spezzata mentre salutava il pubblico del Roland Garros.
“Ogni libro ha una fine ed è giunto il momento di chiudere il mio capitolo con lo slam parigino. Ho dato tutto quello che avevo fino all’ultimo punto. Me ne vado triste per la sconfitta, ma infinitamente grato”, ha aggiunto l’elvetico, che ha ricevuto una targa e un video-tributo sul Simonne Mathieu, con le parole dei rivali storici Djokovic e Nadal, ma anche di Sinner e Alcaraz. La storia di Stanislas Wawrinka è una delle più crudeli e poetiche dello sport moderno. Perché se nasci svizzero, giochi un rovescio a una mano divino e hai un talento fuori dal comune, il destino dovrebbe regalarti un regno. Stan ha invece avuto la sfortuna di essere svizzero nella stessa epoca di Roger Federer. Per anni è stato raccontato come “l’altro svizzero”, non come un tre volte campione slam, solo l’altro svizzero. Eppure Wawrinka, che in un’epoca diversa da quella dei Big Three ne avrebbe probabilmente vinti dieci di major, ha lasciato nel tennis qualcosa di immortale: la sensazione che la bellezza possa ancora vincere sulla forza bruta, che si può essere belli e efficaci. David Foster Wallace scriveva che certi colpi riescono a produrre una “bellezza cinetica”, una forma di arte in movimento.
Non parlava direttamente di Wawrinka, ma è impossibile leggere quelle parole senza pensare a lui. Perché il rovescio di Stan ha esattamente quella qualità: unisce potenza e armonia, geometria e istinto. È un colpo che fa alzare il pubblico anche durante il riscaldamento, come se ogni esecuzione contenesse la promessa di qualcosa di irripetibile. Stan non è mai stato un tennista della continuità, ma un uomo di eruzioni improvvise, di settimane perfette, di tornei in cui riusciva a guardare negli occhi i mostri sacri e a non avere paura, come quando batteva Nadal a Melbourne, si sbarazzava di Djokovic a Parigi e travolgeva tutti allo US Open. Negli anni, il dibattito è diventato quasi sacrilego: il miglior rovescio svizzero era davvero quello di Federer? Sempre più ex giocatori hanno iniziato a rispondere di no. Paolo Bertolucci, per esempio, arrivò a dire apertamente che il migliore fosse proprio quello di Wawrinka. Il rovescio a una mano di Stan è stato una forma di ribellione tecnica e estetica in un’epoca dominata dal rovescio bimane, scientifico, controllato. “Non mi sarei mai aspettato di ottenere risultati così grandi nel tennis, anche se non ho mai posto limiti alla mia carriera. Ho sempre voluto di più. Sono sempre andato avanti per ottenere di più, spingermi oltre, superare i miei limiti e cercare di trovare la mia strada per arrivarci”, ha detto ieri in conferenza stampa Stan. Il tennista del circuito che forse più degli altri, in questi anni, ha incarnato il motto del Roland Garros scolpito sulle tribune del campo centrale: “La vittoria appartiene ai più tenaci”.