Non c'è solo Vingegaard nelle tre settimane di Giro d'Italia

Il Giro d'Italia 2026 è partito da Nessebar in Bulgaria. Il danese è al via con l'obbiettivo di riuscire a vincere la corsa rosa e precedere Tadej Pogačar almeno sul traguardo della Tripla corona, il premio virtuale di chi riesce in carriera a vincere Giro, Tour e Vuelta. L'Italia punta sulle volate di Jonathan Milan, la potenza di Filippo Ganna e il talento di Giulio Pellizzari

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8 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 11:31 AM
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Jonas Vingegaard (foto LaPresse)

Le ruote delle biciclette dei corridori del Giro d'Italia iniziano a muoversi da Nessebar, in Bulgaria. Il Mar Nero è a un passo, ma sul vialone stile sovietico il mare non lo si vede. Non disperino i corridori: se lo troveranno a lungo durante il percorso della prima tappa della corsa rosa.
Quello che parte dalla Bulgaria sarà un Giro d'Italia duro, anche se meno delle ultime edizioni. Una corsa che ricalca quelle degli ultimi anni, ma con meno sovraffollamento di metri di dislivello nella terza settimana e qualche occasione in più per scombussolare i piani degli uomini di classifica. E una sola cronometro. Abbastanza lunga e veloce per premiare gli specialisti, non abbastanza, probabilmente, per diventare motivo di rivalsa degli scalatori.
Quello che parte dalla Bulgaria sarà soprattutto il Giro d'Italia di Jonas Vingegaard. O così almeno è lecito pensare alla vigilia. Il danese è l'unico comprovato grande interprete delle tre settimane in gruppo. Non sta simpatico ai più perché non ha il fare sbarazzino ed esondante di Tadej Pogačar, non il sorriso contagioso dello sloveno e nemmeno la capacità di essere in sintonia con il pubblico in gara. Non sta simpatico soprattutto perché c'è la convinzione che corra poco, che non si faccia mai vedere se non al Tour de France. I numeri però dicono altro: nelle ultime stagioni (a eccezione del 2024, ma è stato a lungo fermo dopo l'orribile caduta al Giro dei Paesi Baschi) ha sempre totalizzato più giorni di gara di Tadej Pogačar. Lo sloveno però è (quasi) sempre presente nelle corse più viste, quindi l'esposizione mediatica è maggiore. In ogni caso, due Tour de France e una Vuelta in bacheca parlano per lui. Difficile non inserirlo tra i campioni attuali di questo sport.
Il Giro d'Italia 2026 è il primo a cui parteciperà il danese. Non aveva mai affrontato la corsa rosa, non poteva esimersi dal farlo quest'anno. Se riesce a salire sul gradino più alto del podio di Roma, dove il Giro terminerà il 31 maggio, riuscirà a battere Tadej Pogačar almeno per tempismo. Si potrà fregiare della cosiddetta Tripla corona, potrà diventare l'ottavo corridore nella storia del ciclismo a potere dire di aver vinto tutte tre le grandi corse di tre settimane di questo sport. L'ultimo fu Chris Froome nel 2018. Prima del keniano d'Inghilterra c'erano riusciti solo Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Eddy Merckx, Bernard Hinautl, Alberto Contador e Vincenzo Nibali.
Al via del Giro d'Italia non ci saranno Tadej Pogačar, Remco Evenepoel, Isaac Del Toro, João Almeida, Richard Carapaz, Florian Lipowitz, Primož Roglič, Tom Pidcock, ossia gran parte dei migliori specialisti delle tre settimane, corridori capaci di salire sul podio finale dei grandi giri. E nemmeno Paul Seixas, il giovane francese che ha iniziato a far credere ai francesi che quei quarant'anni di assenza di un loro connazionale da gradino più alto del podio del Tour possa terminare a breve. Qualcuno non aveva in programma il Giro – va così da un po', ormai la corsa rosa è diventata la terza corsa nell'interesse dei più forti in circolazione –, qualcuno ha dovuto rinunciare per postumi di cadute o acciacchi primaverili (Almeida e Carapaz). Conta chi c'è, non chi sta a casa. E chi c'è, in fondo, non è poi così male.
A partire da Adam Yates. L'inglese è salito sul podio del Tour da gregario di Pogačar, ha terminato al quarto posto una Vuelta iniziata da gregario di Egan Bernal. È tosto, determinato, sa che questa è l'occasione che, forse, non ha mai avuto.
E c'è Giulio Pellizzari. Il corridore marchigiano ha 22 anni, è al terzo Giro in carriera, quest'anno ha iniziato a vincere. E alla Vuelta Valenciana e alla Tirreno-Adriatico ha dimostrato di valere i più forti. Non è ancora al livello di Jonas Vingegaard, ma punta a colmare il gap.
Ci sono poi Felix Gall e Thymen Arensman, corridori capaci di vincere tappe al Tour de France (l'olandese ne ha conquistate due lo scorso luglio). Ci sono Egan Bernal e Ben O'Connor. Ci sono due giovani che vedremo molto probabilmente salire su podi importanti nei prossimi anni: Jan Christen, António Morgado, Mathys Rondel e Johannes Kulset. C'è Enric Mas che vuole dimostrare a tutti e a se stesso soprattutto che è ancora un corridore d'altissima classifica.
E ci sono corridori anarchici e imprevedibili che potrebbero riempirci i pomeriggi come Andreas Leknessund, Lukáš Kubiš, Jhonatan Narváez, Christian Scaroni, Alec Segaert, Marc Soler, Michael Storer, Lennert van Eetvelt e Filippo Zana.
La distanza percepita negli ultimi anni tra Tour, Vuelta e Giro è stata dovuta spesso alla distanza dei corridori in cerca di gioie di giornata. Alla presenza o meno di un gruppo di guastafeste capaci di animare anche quelle tappe poco animate. Quest'anno il Giro è riuscito, almeno in parte, a colmare quel gap. Certo con un Mathieu van der Poel, un Wout van Aert, un Ben Healy sarebbe stato più semplice. Ma tant'è. Il Giro è iniziato. Staremo a vedere.