Cosa insegna la vittoria “troppo facile” dell’Inter

Appunti di sistema: società, stadi, giovani, rischio e spettacolo. E ancora Chivu, Fàbregas e i vecchi signori. Serve una trasformazione del calcio

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5 MAY 26
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Foto ANSA

Tutto quello che avete letto o intercettato sui social ieri, a proposito del risultato sportivo più telefonato del weekend – non Sinner trionfatore a Madrid, non il tre su tre di Kimi Antonelli a Miami, ma il 21esimo scudetto vinto per distacco dall’Inter di Christian Chivu – è ovviamente vero. Ma appunto poteva essere scritto molto prima, settimane o mesi. Che il vero miracolo dell’Inter sarebbe stata la sua stessa resurrezione del sepolcro di un anno fa; che il capolavoro di Christian “Freud” Chivu è stato rimettere a posto la psiche derelitta di una banda naufragata e litigiosa; che la vittoria al primo colpo di un allenatore senza esperienza, blabla. E il tracollo delle squadre concorrenti. Se telefonando. Rimane un aspetto meno approfondito, che però racchiude molti perché del risultato sportivo. Ieri un cronista di vaglia, non vi diciamo il nome né la testata, chiedete a Claude come Veltroni, ha evocato l’emozione delle “luci di cattedrale” nella notte di San Siro, commentando: “Lo è, del resto, questo stadio che soltanto l’umana follia poteva pensare di abbattere”. Un suo noto puntiglio, ma anche un tic antropologico di molti, e un marcatore infallibile che indica una delle poche cose importanti del telefonatissimo scudetto dell’Inter: la partita tutta italiana di novità contro vetustà.

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Per limitarsi allo stadio Meazza: c’è chi è davvero convinto che aver abbattuto e rifatto da capo Wembley, costruito il nuovo stadio del Tottenham o l’Allianz Arena, avere trasformato dalle fondamenta il Bernabeu e il Camp Nou sia una “umana follia”. Non si starà a spiegare, a chi applica persino allo sport l’ideologia pauperista, che le squadre proprietarie di quegli stadi sono le più forti del mondo anche in virtù di quella proprietà. Si annoterà però che domenica sera il minuto di silenzio al Meazza per Alex Zanardi con il buio, gli smartphone accesi sugli spalti e la musica è stato per la prima volta un omaggio commovente e popolare, adeguato alle estetiche digitali. Un piccolo evento condiviso da stadio moderno, non la solita pecionata tra il rumoreggiare distratto delle curve. Nuovo contro vecchio.
In modo analogo, pur senza addentrarsi a parlare di tecnica, la cosa più interessante dello scudetto dell’Inter è che abbia vinto un allenatore (45 anni, nemmeno un infante) alla sua prima esperienza piena su una panchina di A, e di quelle impegnative. Il coro dei dubbi era stato unanime e molto italiano: non ha esperienza, uno “stagista”, fallirà. Dimenticando che Pep Guardiola aveva fatto un solo anno con la squadra B prima di prendersi il Barça, che la “carriera” che ha portato al Porto Francesco Farioli è stata rapidissima (in Italia sarebbe ancora in provincia) o che l’allenatore dell’ottimo Parma che ha ben figurato contro l’Inter, Carlos Cuesta, ha 30 anni ed è alla sua prima stagione in A. L’acclamatissimo Cesc Fàbregas è balzato sulla panchina del Como a 37 anni, fregandosene di non avere il patentino di Coverciano (capitò anche al Mancio), il che forse è uno dei motivi per cui è così bravo e innovativo, un marziano in Italia. Chivu, con un po’ meno aura da predestinato, ha dimostrato che la novità non fa male al calcio. Dietro di lui sono usciti malconci tre vecchi mostri sacri: Conte, Spalletti e Allegri. Tralasciamo le disamine che non ci competono, ma almeno il caso di Allegri è indicativo. Al di là di rosa o infortuni, il suo calcio “di corto muso”, difensivo, che ha portato al record negativo per la sua squadra di un solo gol segnato nelle ultime cinque (decisive) partite, l’attacco meno prolifico di tutte le squadre di testa, non significa che sia scarso lui o brocchi i suoi: significa che il calcio per come si è evoluto nel mondo, e persino a poco a poco in Italia, è uno sport diverso, più veloce e spettacolare. E’ ora di cambiare (se no si esce pure dagli algoritmi degli highlights). L’alternativa è non arrivare mai più in alto nelle coppe europee, e per quel che riguarda la Nazionale non avere un patrimonio di giovani né la mentalità di gioco adatta a qualificarsi ai Mondiali. La vittoria facile dell’Inter è solo l’ennesimo segnale che in futuro sarà vincente solo chi innova, chi si connette a un mondo dello sport in cui anche la componente spettacolare conta – non lo abbiamo visto nel tennis, nell’atletica, nelle Olimpiadi della neve, persino nel ciclismo che ha saputo rinnovarsi? L’esordiente Chivu ha vinto per tanti motivi, ovvio, ma il pianeta calcio è rimasto fermo: è un dato. E’ in corso una lotta politica e solo politica per prendere il controllo della Figc, tra gruppi di interesse che non hanno interesse a modificare gli equilibri. Il ministro dello Sport sembra più interessato ai rapporti di forza col Coni che a dare concretezza alla famosa legge sugli stadi (per tornare all’inizio). Domenica in Svizzera una squadra promossa lo scorso anno dalla B, il Thun, ha vinto la Super League. Anni fa il calcio svizzero era considerato di seconda fascia, oggi ottiene ottimi risultati. Ha innovato il sistema, costruito impianti, puntato sui giovani.