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Le sere dei miracoli di Varese su un campo da basket. E non solo
Riconciliarsi con la memoria collettiva di intere generazioni, raccontando l’avventura incredibile di una squadra come la Pallacanestro Varese, andata in finale di Coppa dei Campioni per dieci anni consecutivi. Un estratto del libro “Le sere dei miracoli”
di
2 MAY 26

Foto Lapresse
Quello che leggete qui sotto è un estratto di “Le sere dei miracoli”, il libro che Marco Alfieri, inviato del Sole 24 ore, ha dedicato ai dieci irripetibili anni in cui la Pallacanestro Varese ha raggiunto consecutivamente la finale di Coppa dei Campioni. Anni in cui a Varese germogliava un movimento politico destinato a cambiare l’Italia.
(...) Poche settimane dopo quell’incontro fatale all’università di Pavia tra Bossi e Salvadori, quattrocento chilometri più a nord, a Grenoble, in Francia, la Pallacanestro Varese sponsorizzata Emerson perderà 96-93 la finale di Coppa dei Campioni di basket contro il Bosna Sarajevo guidato da un giovane coach di cui sentiremo parlare a lungo, il sanguigno Bogdan “Boša” Tanjevic. In quella serata francese, davanti a tremila tifosi varesini scatenati, giunti ai piedi delle Alpi con ogni mezzo di fortuna, si consuma l’ultimo atto di un’epopea sportiva senza precedenti, almeno in campo maschile: la partecipazione della squadra varesina, per dieci anni di fila (dal 1970 al 1979), alla finalissima della massima competizione di pallacanestro continentale (oggi Eurolega). Vincendone la metà: cinque. Neppure il mitico Real Madrid, pluricampione europeo di calcio nei favolosi anni Sessanta, si avvicina alla striscia record firmata Pallacanestro Varese con le canotte Ignis, poi Mobilgirgi, infine Emerson. Per questo il 1979 è un anno cardine per la provincia di Varese: a febbraio Umberto Bossi getta il primo seme di un movimento destinato a terremotare la politica italiana la Prima repubblica; ad aprile si chiude un ciclo sportivo inimitabile. Problemi finanziari e una certa stanchezza societaria costringeranno nel giro di qualche mese Guido Borghi, il figlio del patron Giovanni (il famoso Mister Ignis), dopo venticinque anni, a vendere la gloriosa squadra di pallacanestro. Nel 1981, infatti, il totem Dino Meneghin verrà ceduto ai rivali dell’Olimpia Milano e il cecchino di mille battaglie, Bob Morse, traslocherà in Francia, ad Antibes.
La nascita della Lega e i trionfi internazionali della pallacanestro cittadina sono le due vere grandi storie partorite nel Varesotto negli ultimi sessant’anni. Troveranno un punto di congiunzione simbolico proprio in quel fatidico 1979 che chiude un decennio tremendo come i Settanta del secolo scorso, anche se la memoria della Grande Ignis si spezzerà molto presto, coperta da un inscalfibile velo di oblio, tanto che un museo del basket che ne celebri i fasti è ancora oggi un progetto solo sulla carta. Medaglie, trofei e cimeli languono nelle bacheche private dei superstiti e di qualche appassionato archivista, sfusi come le sigarette. E così Varese, fino a quel momento conosciuta nel mondo per la sua leggendaria squadra di basket, diventerà per tutti, semplicemente, la capitale politica del Carroccio. Umberto Bossi batte Dino Meneghin e fine della storia. In una sorta d’ineffabile, e beffardo, chiodo scaccia chiodo. Il libro che state per leggere nasce per colmare questo buco e riconciliarsi con la memoria collettiva di intere generazioni, raccontando l’avventura incredibile di una squadra andata in finale di Coppa dei Campioni per dieci anni consecutivi. Ma nasce anche per riscoprire cos’ha rappresentato, per noi ragazzi che abbiamo giocato a basket negli anni a venire, quell’eredità, mai davvero interrotta, in grado di far brillare pezzi diversi delle nostre vite: la pallacanestro come una festa cittadina, democratica, accessibile a tutti. Una ricorrente piccola epopea che si svolge sotto il profilo dei campanili, nelle nebbie (ormai rade) prealpine, immaginando e sognando altri derby infuocati contro Cantù e Milano e altre magie come i canestri eleganti di Morse, i rimbalzi stentorei di Meneghin, gli assist al bacio di Ossola, la poliedricità di Vittori, le sigarette infinite di Nikolic, il frastuono del palazzetto, i tiri in sospensione di Raga, le acrobazie di Yelverton e gli uncini fatati di Flaborea, in una favola bella che continua a emozionare tutti quanti noi. (...)