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Per vincere devi perdere: il cortocircuito del calcio olandese
C’è una squadra a cui stasera, per salire in Eredivisie, conviene perdere. Non è un biscotto, è il regolamento. Il Den Bosch arriva all’ultima giornata davanti a un dilemma etico: cercare la sconfitta per tagliare fuori gli avversari.
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24 APR 26
Ultimo aggiornamento: 09:41 AM

I giocatori del FC Den Bosch festeggiano dopo un gol (foto di Jeroen Meuwsen per BSR Agency via Getty Images)
Nei Paesi Bassi può succedere che, per avere più possibilità di salire in Eredivisie, convenga perdere l’ultima partita. Il “caso Den Bosch”, nono nella Eerste Divisie, la seconda serie, si svolgerà questa sera. Non c’è nessun complotto, solo un regolamento che sembra scritto da qualcuno con il gusto per i paradossi. Magari un allievo di Johan Huizinga con il pallino per la teoria dei giochi.
Un
controsenso regolamentare
La Eerste Divisie promuove direttamente le prime due. La terza promozione passa da un sistema di spareggi, la ‘Nacompetitie’. Fin qui nulla di strano. Il problema nasce dal formato: la stagione è divisa in quattro periodi e chi ne vince uno ottiene un posto nei playoff, indipendentemente dal piazzamento finale in campionato. È un premio alla striscia vincente più che alla continuità. Solo la terza e la quarta classificata partecipano di diritto ai play-off e, quando i vincitori dei periodi sono già promossi o qualificati, i posti rimanenti si redistribuiscono lungo la classifica generale.
Qui entra in gioco il Den Bosch. Nono in campionato, è fuori dalla fase finale se un’altra squadra vince quest’ultima fase di campionato. In realtà è ancora dentro proprio per via del quarto periodo, dove la lotta al vertice coinvolge squadre già promosse o già qualificate. Se la classifica resta così, si liberano posti verso il basso, ovvero fino alla nona posizione.
Insomma, se stasera il Den Bosch perde contro l’ADO Den Haag. il Vitesse non ha più possibilità di vincere il quarto periodo. Una situazione che fa impallidire il biscotto del 2004 tra Svezia e Danimarca.
“Gioco
per vincere, sempre”
La federazione olandese, la KNVB, ha già chiarito che si aspetta da tutti un comportamento lineare ed etico. Nessun sospetto, nessuna allusione. Però il paradosso è nelle stesse regole federali.
Il portiere del Den Bosch, Pepijn van de Merbel, ha chiuso la questione con una dichiarazione semplice: “Gioco per vincere, sempre”. È una posizione quasi spinoziana, se si vuole: non indignarsi, non cercare scorciatoie, ma restare dentro il gioco. Baruch Spinoza, non a caso, di fronte alle cose umane suggeriva di “non ridere, non piangere, non detestare ma comprendere”. Il problema è che il gioco, qui, non coincide più con il campo. Coincide con il regolamento.
Non è la prima volta che qualcuno, nella seconda serie dei Paesi Bassi, si rivolta contro il sistema. Nel 2020 Cambuur e De Graafschap, prime in classifica al momento dello stop per la pandemia, portarono la KNVB in tribunale dopo il blocco delle promozioni. Persero la causa, ma non il punto: se le regole producono risultati percepiti come ingiusti, si contestano.
Proprio Huizinga scriveva che il gioco vive entro confini precisi. Ma se quei confini portano a situazioni in cui conviene perdere per vincere dopo, qualcosa si rompe. Il pallone smette di essere lo strumento della decisione. Il match di stasera si avvicina più a un esercizio logico che a una partita di calcio. Un sistema perfetto che genera un esito perverso.
Sabotarsi per vincere
È il rischio di ogni regolamento troppo sofisticato: più si aggiungono livelli, più aumentano le combinazioni impreviste. Fino al punto in cui segnare nella porta giusta diventa la scelta meno razionale. Accadde nel 1994, durante Barbados-Grenada, quando una regola sul “golden goal che valeva doppio” rese conveniente segnare un autogol per andare ai supplementari e cercare la rete che dava una migliore differenza reti.
Anche lì non c’era malizia. Solo un sistema che, portato alle estreme conseguenze, smetteva di funzionare. Il caso Den Bosch è meno grottesco, ma più sottile. Somiglia a un capitolo inedito del Processo di Kafka: un imputato convinto di essere innocente, costretto però a muoversi in un labirinto di norme che lo portano a dubitare del proprio stesso comportamento.
La federazione fa la parte del tribunale: non proibisce la situazione, ma la osserva dall’alto, confidando nel fatto che nessuno avrà il coraggio di sfruttarla davvero. E forse è proprio questo il punto: quando il regolamento arriva a mettere in discussione il gesto più elementare del calcio, vincere, non è il giocatore a dover scegliere. È il sistema a dover essere ripensato se suggerisce che la soluzione migliore è perdere.