Il Chelsea e la sindrome dell'allenatore usa e getta

Dopo l'8-2 subito dal Paris Saint-Germain e cinque sconfitte consecutive, Rosenior paga per tutti. Ma chi siede sulla panchina di Stamford Bridge è solo l'anello più debole di un modello che non funziona

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23 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:00 PM
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Foto di Andy Rain per Epa, via Ansa

Cinque sconfitte consecutiva fra campionato e Champions senza lo straccio di un gol segnato. Nel mezzo solo il successo nei quarti di finale di FA Cup: un roboante 7-0 sì, ma contro il Port Vale, compagine di terza serie.
A pagare per il cattivo momento del Chelsea è stato, ça va sans dire, il suo allenatore, Liam Rosenior. A dispetto del contratto di 6 anni firmato col club londinese al momento del suo insediamento a Stamford Bridge, in sostituzione dell’esonerato Enzo Maresca, l’allenatore inglese ha infatti subito la stessa sorte del suo predecessore, dopo soli centosette giorni in carica.
Non una novità per una società in perenne trambusto come il Chelsea. Da quando BlueCo e Clearlake Capital sono diventate proprietarie del club (rilevandolo da Roman Abramovich nel 2022) la società londinese non ha soltanto cambiato decine di giocatori sul mercato, ma anche diversi allenatori.
Il primo aspetto è parte integrante del modello finanziario costruito da Todd Boehly e soci: da quando si sono insediati a Londra infatti i Blues hanno speso circa 2 miliardi di sterline, in base a quanto riportato da The Athletic.
Questo perché il player-trading è il core business del Chelsea. Il costante turnover di giocatori, che ha coinvolto anche il club satellite (lo Strasburgo, dal quale è stato prelevato lo stesso Rosenior) non ha ovviamente agevolato il lavoro dei tecnici.
All’interno di questo quadro non certo entusiasmante, l’anello più debole della catena diventa ovviamente l’allenatore. Non a caso, nelle quattro stagioni sotto l’attuale proprietà sono già stati otto i tecnici avvicendatisi in panchina. Difficile quindi prendersela solo con Rosenior, anche se il tecnico ha certamente delle colpe, a cominciare dalla gestione del gruppo (vedasi il caso Enzo Fernández, con l’argentino sospeso due partite per aver fatto dichiarazioni che alimentano l’ipotesi di un suo passaggio al Real Madrid in estate).
Ma è soprattutto sul campo che il lavoro dell’ormai ex allenatore ha mostrato delle pecche. In questo senso l’8-2 complessivo subito dal PSG in Champions ha rappresentato una sorta di pietra tombale sul suo progetto. In quella circostanza Rosenior fu pretenzioso nel modo di affrontare la squadra di Luis Enrique, come fece ben intendere al termine della partita d’andata Malo Gusto dicendo che "alla fine, penso che dobbiamo riconoscere quando è importante fare un passo indietro, aspettarli e non concedere troppi gol".
Detto questo, oggi sarebbe facile ricordare le parole del co-proprietario Behdad Eghbali, che la scorsa settimana, per sostenere l’allenatore, aveva sottolineato come il Chelsea "sapesse cosa stava prendendo" in Rosenior, avendone osservato da vicino il lavoro in Francia.
I problemi del club, come si è capito, vanno ben oltre questo o quell’altro allenatore. E sono gli stessi problemi incontrati da Maresca. Chi arriva al Chelsea sa che deve allenare una squadra in costante cambiamento, con giocatori che vanno e vengono, spesso senza rispondere a criteri tecnici precisi.