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“Il mio futuro? Ho ancora fame di vincere”. Parla Arianna Fontana
"La medaglia più importante per me è sempre stata accendere nei giovani, riuscire a trasmettere qualcosa di durevole nelle nuove generazioni". L’intervento della campionessa olimpica all’evento del Foglio a San Siro
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16 APR 26
Ultimo aggiornamento: 12:55 PM

Foto Fabio Bozzani
Quattordici medaglie olimpiche non bastano a fermare la campionessa. “Il mio futuro? Non ho ancora deciso”, sorride Arianna Fontana all’evento del Foglio a San Siro. “Speravo di svegliarmi la mattina dopo Milano-Cortina 2026 con un senso di appagamento: già adesso invece ho quella fame di vincere ancora. Vediamo se la butterò di nuovo sul ghiaccio o qualcos’altro. Se continuerò a pattinare però, sarà per rimanere sul podio ancora una volta: di certo non per partecipare e basta”. È così che si supera ogni record, diventando l’atleta italiana più medagliata di sempre. “Un grande onore, che accolgo a braccia aperte. Ma la medaglia più importante per me è sempre stata accendere nei giovani, riuscire a trasmettere qualcosa di durevole nelle nuove generazioni”. Pensando ai podi nel concreto, invece? “Quattordici sono tanti. Un traguardo impattante sotto ogni punto di vista. Dopo l’ultimo mi sono riaffiorate tutte le emozioni da Torino 2006 in poi: come sono cresciuta io come persona, come ho affrontato queste sfide. Vent’anni di vita che scorrono davanti ai miei occhi”. La performance preferita? “Torino resta nel cuore: è stata la prima, era pure la mia unica medaglia a forma di ciambella. Quelle di Milano Cortina invece hanno tanto valore perché l’avvicinamento olimpico era stato complicato: dopo l’infortunio a metà ottobre, non sapevo cosa aspettarmi da questi Giochi. Soltanto nelle ultime settimane prima del via sono riuscita a sentire di nuovo me stessa”. E a sprintare sul ghiaccio come la vera Arianna.
Una campionessa generazionale che non conosce la parola rimpianto. “Cosa cambierei nel mio percorso? Magari qualche dettaglio, ma le scelte più importanti e difficili sicuramente no: mi hanno portato a vincere quello che ho vinto, a essere la persona che sono. Rifarei quasi tutto così”. Lo short track ha bisogno di punti di riferimento come lei, capaci di proiettare l’intera disciplina verso un inedito grado di riconoscibilità. “Sono felice di essere stata due volte portabandiera”, dice Fontana. “A Torino, a 16 anni, ero una bambina. Ora avevo più consapevolezza. Ma resta un’emozione travolgente: San Siro lo conoscevo per il calcio vissuto, ma alle Olimpiadi si traveste completamente. Gente da ogni parte del mondo, musica, adrenalina, un palcoscenico unico. E spegnere la fiaccola alla cerimonia di chiusura è stato un altro momento incredibile, circondato da un calore umano pazzesco attorno a me”. Come si coltiva la crescita di un movimento sportivo? “Serve cultura oltre il risultato immediato, cercando di alleggerire la pressione soprattutto dalle spalle dei giovani atleti. Saranno loro il mio futuro? Da allenatrice non saprei. Semmai mi piacerebbe instillare loro il sentimento, il sistema valoriale che ci spinge nell’arco del percorso. Vincere è bello, ma la cosa più importante è mantenere sé stessi”.