Il racconto a voce di Enrico Ameri

Avrebbe compiuto 100 anni il grande radiocronista di "Tutto il calcio minuto per minuto". Più di 1.600 radiocronache in trentasei anni di militanza comprese, quelle della finale del Mundial 1982 e della tragedia dell’Heysel nel 1985. Colpo d’occhio, vocabolario essenziale senza essere piacione o ammiccante, velocità di esecuzione: queste erano le sue qualità

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15 APR 26
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Il radiocronista Enrico Ameri (foto Ansa)

Quando - per dirla alla Lucio Dalla - “guardavamo le partite contro al muro non allo stadio”, la domenica si celebrava la santa messa del pallone ed era la radio ad annunciare il verbo. Tra i cantori di quel tempo in modulazione di frequenza il più stentoreo era Enrico Amerivoce storica di “Tutto il calcio minuto per minuto”, la più celebre trasmissione radiofonica d’Italia.
Ameri - di cui oggi 15 aprile ricorre il centenario della nascita - aveva una voce che prendeva corpo nel ritmo del racconto, proprio come monta a neve l’albume. Nel suo racconto, serratissimo, praticamente senza pause, ogni azione aveva una geometria che - lancio di Cuccureddu, stop di Beccalossi traversone di Claudio Sala, colpo di testa di Pruzzo - riuscivamo a decifrare con una esattezza sorprendente.
Enrico Ameri, originario di Lucca, cresciuto a Genova (simpatizzava per il Grifone), entrò in Rai a ventitré anni, nel 1949. Lavorò alla cronaca, fu anche inviato di guerra in Indocina, ma trovò nello sport - nel calcio in particolare - la sua casa. La contabilità mette in fila più di 1.600 radiocronache in trentasei anni di militanza (il debutto nel 1955, il congedo per età pensionabile nel 1991), comprese quelle della finale del Mundial 1982, la più emozionate, e della tragedia dell’Heysel nel 1985, la più dolente. Colpo d’occhio, vocabolario essenziale senza essere piacione o ammiccante, velocità di esecuzione: queste erano le sue qualità. Ad Ameri si deve il merito di aver scardinato il meccanismo della sacralità dei collegamenti radiofonici, conferendo a “Tutto il calcio” il valore dell’interruzione, una sorta di “cliffhanger”, un colpo di scena, in anticipo sui tempi. Fino agli anni 60 infatti era vietato interrompere il collega che stava raccontando la partita. Capitò invece che dopo un gol di Piedone Manfredini, il centravanti della Roma, nei minuti finali di una sfida a San Siro contro l’Inter, Ameri - incapace di trattenere l’emozione - urlò “Gol!” nel microfono. Ci fu un attimo di gelo, come si era permesso? Il giorno dopo Ameri venne ripreso dai dirigenti Rai, ma intanto aveva suo malgrado innescato una rivoluzione.
Resta qui da dire del suo rapporto con Sandro Ciotti. Non si amavano, va da sé. Questione di gerarchie interne alla redazione sportiva, di popolarità - Ciotti con la sua voce roca era più riconoscibile ed era entrato nel repertorio degli imitatori - di attitudini e pose diverse. Il più bravo a giocare a carte, però, era Ameri. Una volta litigarono in diretta. Era il 27 aprile del 1975, a seguito di una serie di screzi dovuti alla linea tenuta più a lungo, Ameri diede letteralmente del “coglione” a Ciotti - pensava di avere il microfono chiuso - venne bacchettato dallo studio centrale per voce di Roberto Bortoluzzi, poi provò a spiegare che ce l’aveva con un tifoso che voleva fare irruzione nel gabbiotto Rai. I rapporti tra i due, a quel punto, divennero ancora più tesi. Tanto che ad Ameri venne rimproverato di non nominare mai il collega. Non diceva mai “A te la linea Ciotti”, ma se la cavava con un più generico passaggio che faceva riferimento allo stadio.
Aveva anche provato qualche passaggio in televisione - fu lui a condurre nel 1980 il primo “Processo del lunedì” - e si era illuso di poter diventare la prima voce della nazionale nelle telecronache della Rai, ma alla fine era stato scelto Nando Martellini.
Scusa Ameri, scusaci ancora. Verrebbe da iniziare così ogni omaggio che lo riguarda, a cento anni dalla nascita e a ventidue dalla scomparsa, poiché gli va riconosciuto il merito più nobile: quello di aver evocato mondi, lasciando alla nostra fantasia il compito di abitarli.