Il modello (insostenibile) del calcio a pagamento in tv sta per scoppiare

Il pallone europeo è un’industria multi-miliardaria che poggia su una sola gamba, quella dei diritti tv, venduti a peso d’oro. Ma la torta ora si sta rimpicciolendo: il rischio è che mandi in bancarotta il calcio, dove ormai da decenni i costi superano i ricavi. E non basta l’invasione americana, di investitori e fondi di private equity

9 APR 26
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Aurelien Tchouameni e Harry Kane durante i quarti di finale di Champions League. Foto Ansa

Ieri sera, tutti (o quasi) i pub del Regno Unito trasmettevano i Quarti di Finale della Champions League: giocavano 3 squadre inglesi più la macchina da gol Harry Kane, gloria nazionale che veste la maglia del Bayern di Monaco. In Italia è stato invece un martedì qualsiasi: grandi geremiadi per la Nazionale da 16 che non gioca più un Mondiale, ma il declino del calcio italiano non è limitato ai soli Azzurri. La Serie A è ormai sistematicamente fuori dai grandi tornei internazionali (al massimo arriva in Finale e le perde). Il più grande spettacolo dopo il Big Bang era per Jovanotti (o Lorenzo, come si fa chiamare dopo i ripudiati anni 80) lui con la moglie: paragone sbagliato perché il più grande spettacolo del mondo è, da circa trent’anni il calcio, diventato sport globale e globalizzato. Circenses dell’età moderna, per chi ha la lente dello storicismo; o nuovo oppio dei popoli, per chi preferisce il materialismo marxista, il pallone europeo è un’industria multi-miliardaria. Che però poggia su una sola gamba, quella dei diritti tv, venduti a peso d’oro: sono circa 40 miliardi di euro, tra campionati e coppe, ogni 3 anni. Ma la torta, che per decenni è andata sempre crescendo, ora si sta rimpicciolendo: il rischio è che mandi in bancarotta il calcio, dove ormai da decenni i costi superano i ricavi. E non basta l’invasione americana, di investitori e fondi di private equity (più o meno rispettabili): anzi la finanziarizzazione del calcio porterà più danni che benefici, sul lungo termine.
Tutto è cominciato sul finire degli anni 90, quando nei pub inglesi, fino ad allora solo birra, snooker e freccette, comparvero le partite in tv, a pagamento: BSkyB, ON e Telewest vendevano abbonamenti per vedere il calcio. Era una rivoluzione: da sport tifato allo stadio o ascoltato alla radio, il calcio divenne uno sport visto, dal tavolo di un locale, con una pinta in mano. Il modello commerciale si sarebbe poi diffuso in tutta Europa, per la gioia dei club medesimi e delle pay-tv. I diritti tv si sono rivelati la gallina dalle uova d’oro che fatto ricchissimo il calcio inglese, che l’anno scorso ha incassato quasi 8 miliardi di Euro e da solo vale il 25% di tutto il giro d’affari del calcio europeo, e ha permesso ad altri campionati di sopravvivere (come l’indebitata Serie A che incassa quasi 3 miliardi). Ma questo bengodi sta per finire: a un recente “Football Summit” del Financial Times, è stato rivelato che i diritti tv, una torta in continua lievitazione da 30 anni che ha finora salvato i bilanci colabrodo dei club continentali, hanno invertito rotta: non crescono più, sono piatti. E se oggi coprono da soli oltre il 40% dei ricavi dei club (dato Morningstar-DBRS), nei prossimi anni quella percentuale si dimezzerà.
Il modello del calcio a pagamento è in una bolla speculativa e il segnale è la proliferazione: tra DAZN, Sky e i suoi fratelli ci sono decine di piattaforme che trasmettono calcio a pagamento. E’ un modello insostenibile perché non riesce più a scaricare i costi crescenti dei diritti sui clienti: in Gran Bretagna vedere tutte le partite della propria squadra costa a un tifoso 140 Sterline al mese. In Italia non è molto diverso. Mentre tutto il sistema dà la colpa sul facile (ma irrilevante) bersaglio della pirateria (sempre esistita) il vero problema è altrove: il costo della vita, in continuo aumento, e l’impoverimento delle famiglie. L’unica a sollevare il tema è Anna Guarnerio, responsabile dei diritti internazionali della Serie A, campionato che peraltro ha già un problema suo: negli anni 90 era il campionato più bello e invidiato del mondo e spopolava nel Regno Unito; oggi basta un Bodo Glimt qualsiasi a buttar fuori dalle coppe l’Inter capolista. Se negli ultimi 35 anni, è successo solo 4 volte che una squadra tricolore alzasse la Coppa dalle Grandi Orecchie, c’è un problema di declino domestico oltre che di bolla esterna. Bolla che inevitabilmente scoppierà: Andrea Traverso, responsabile della Ricerca della Uefa, ha ammesso che se si applicassero al calcio i parametri contabili rigorosi come si fa per le aziende, le 730 squadre europee avrebbero un buco complessivo di 8 miliardi di Euro: il pallone è di fatto già fallito.
L’arrivo in massa, negli ultimi anni, della finanza, soprattutto dagli Stati Uniti, nel calcio europeo, interessata perlopiù alla speculazione immobiliare degli stadi, non fa altro che gonfiare ancor di più la bolla: nel giro di qualche anno vorranno o dovranno tutti rivendere, perché così funziona la finanza. Ma come si fa a guadagnare da qualcosa che perde soldi e che potrebbe non farne mai?