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Addio a Mircea Lucescu, maestro del calcio europeo
In panchina fino all'ultimo, l’allenatore rumeno è morto a 80 anni dopo un malore. Dall'Italia alla Turchia, dalla Russia all'Ucraina, Lucescu ha costruito una carriera apprezzata in tutto il mondo. Non poteva che andarsene in una notte di Champions League
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8 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:45 AM

epa12534336 Romania's head coach Mircea Lucescu looks on ahead of the FIFA World Cup 26 UEFA qualifier between Romania and San Marino in Ploiesti, Romania, 18 November 2025. EPA/ROBERT GHEMENT
Mircea Lucescu è morto ieri sera, ottantenne allenatore rumeno, in panchina fino all’ultimo: pochi giorni fa aveva guidato la nazionale del suo paese negli spareggi di qualificazione ai prossimi Mondiali, perdendo di misura la gara contro la Turchia. Proprio dopo quella partita Lucescu si era sentito male. Trasportato all’Emergency University Hospital di Bucarest dallo staff medico della squadra, ha così rinunciato all’amichevole che la Romania avrebbe di lì a poco giocato contro la Slovacchia. Durante il ricovero le sue condizioni cliniche si sono progressivamente aggravate, fino al decesso.
Con Lucescu se ne va un tecnico vincente e innovatore fin da quando, a inizio carriera, prese le redini del Corvinul Hunedoara. Da lì arrivò poi la promozione a commissario tecnico della Romania per la sua prima avventura sulla panchina della nazionale, fra il 1981 e il 1986. Un ambiente che Lucescu aveva già conosciuto da giocatore, avendo collezionato sessantanove presenze con i Tricolorii, con i quali aveva anche preso parte ai Mondiali messicani del 1970, sfidando anche il Brasile di Pelé.
Quella Romania era allenata da Angelo Niculescu, tecnico che con il suo calcio fatto di passaggi corti influenzò il giovane Mircea. Con queste stesse idee Lucescu si tolse anche la soddisfazione di superare l’Italia di Enzo Bearzot, campione del mondo in Spagna due anni prima, nel girone di qualificazione per gli Europei del 1984. A soli trentasei anni d’età Lucescu aveva dunque battuto il Vecio, portando la Romania al massimo torneo continentale, al quale all’epoca prendevano parte appena otto squadre.
L’Italia nel destino, dunque. Lucescu approdò in Serie A nel 1990, al Pisa, grazie a una felice intuizione di Romeo Anconetani. Durante quell’esperienza Lucescu incrociò i suoi destini con quelli di Adriano Bacconi: insieme i due costruirono il primo sistema di videoanalisi mai implementato in una squadra. Se oggi molti ragazzi lavorano come match analyst nei club professionistici lo devono anche a Lucescu e Bacconi.
In Italia il nome di Lucescu è legato anche ad altre squadre: il Brescia, condotto a due promozioni dalla Serie B alla Serie A; la Reggiana, protagonista di una breve avventura nel campionato 1996-97; e l’Inter. L’arrivo di Lucescu ad Appiano Gentile coincise però con uno dei periodi più tormentati della gestione Moratti, vale a dire l’annata 1998-99, quella dei quattro allenatori: oltre a Lucescu, che aveva rilevato Gigi Simoni, ad allenare i nerazzurri si alternarono anche Luciano Castellini e Roy Hodgson.
Ma è soprattutto fuori dall’Italia che Lucescu è diventato uno degli allenatori più apprezzati d’Europa. Fra Galatasaray e Beşiktaş in Turchia, Zenit San Pietroburgo in Russia, Shakhtar Donetsk e Dinamo Kiev in Ucraina, Lucescu ha messo insieme qualcosa come ventinove trofei — compresa la Coppa Uefa 2009 con lo Shakhtar — ai quali vanno aggiunti gli allori ottenuti in patria (due campionati, tre coppe nazionali e una Supercoppa fra Rapid e Dinamo Bucarest) e la Coppa Anglo-Italiana vinta a Brescia.
Un allenatore giramondo, dunque, amato ovunque sia stato. Per questo Mircea non poteva che andarsene in una notte di Champions League.