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L’Azteca, lo stadio che ha visto tutto
Italia-Germania, il Brasile di Pelé, la mano di Diego e ora il Mondiale con un nuovo nome. Ma l’Azteca non cede l’identità a uno sponsor, non accetta un nome anonimo: vada come deve andare, secondo regolamenti e necessità, ma tanto nessuno lo chiama con un altro nome se non con quello per cui è conosciuto
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6 APR 26

Stadio Azteca. Foto Ansa
Quando si accende l’Azteca il calcio sa di potersi lasciare accecare da quella luce e poi brillare. Basta pronunciare il nome una volta: appare Pelé che vince il suo Mondiale nel 1970, il Brasile che, al terzo successo, si impossessa definitivamente della Coppa Rimet. Si materializza la Mano de Dios, il gesto così astuto da essere passato come il capolavoro con il quale Maradona beffò l’Inghilterra, anche se il capolavoro arrivò dopo, quando Diego dribblò mezza squadra avversaria e corse per quasi tutto il campo per segnare di nuovo, nei quarti di finale del Mondiale 1986. Appaiono gli sfiniti protagonisti di Italiagermaniaquattroatre, la partita del secolo che ormai è una parola sola, quel giorno che ha potuto vedere la generazione che ora ha più di sessant’anni e che tutti abbiamo vissuto, anche se nati dopo. Se appoggi l’orecchio nel punto giusto dello stadio, forse puoi sentire ancora la voce di Nando Martellini. È accaduto tutto lì, quello è lo stadio che ha aperto e ospitato due Mondiali e che ora inaugurerà anche il terzo (l’11 giugno c’è Messico-Sudafrica), che ospita in condivisione. Quello dove si sono giocate due finali (ma la terza no, di questo però si parla dopo), dove con le cinque previste in questa edizione si saranno giocate ventiquattro partite di Coppa del mondo, e sono tutte cose che di nessun altro stadio si possono dire, che lo rendono unico.
Sabato scorso lo stadio di Città del Messico, che a maggio compie sessant’anni, è tornato al pubblico dopo la ristrutturazione per i Mondiali, ha ripreso a brillare: chi varcava i cancelli, ma anche chi ne guardava le immagini, lo ha fatto con riverenza, con il rispetto per la storia di un colosso di cemento che ora ha un abito nuovo. Che vive della sua identità indipendentemente dalle trasformazioni moderne, anche se non si chiama più Azteca, ma ha il nome dello sponsor che ha finanziato il progetto con 2 miliardi di pesos, anche se non avrà nemmeno il nome dello sponsor durante il Mondiale (la Fifa lo proibisce: vuole solo suoi partner) e si chiamerà, temporaneamente, in modo anonimo Estadio Ciudad de México. Ma l’Azteca non cede l’identità a uno sponsor, non accetta un nome anonimo: vada come deve andare, secondo regolamenti e necessità, ma tanto nessuno lo chiama con un altro nome se non con quello per cui è conosciuto.
Giocavano, sabato, Messico e Portogallo in amichevole e non c’era nemmeno Cristiano Ronaldo (infortunato), che i messicani avrebbero voluto vedere giocare per completare la collezione di leggende che hanno messo piede nel loro stadio, ma era solo un pizzico di delusione. È stata anche una brutta partita, senza gol, ma forse era un dettaglio. La folla intorno, che ha colorato l’intera giornata, voleva solo tornare nel tempio, chiuso da maggio 2024 per la ristrutturazione. Voleva vedere come fosse cambiato uno stadio che, in realtà, non stava cambiando: la nuova vita nasce con lavori di miglioramento, non di sostituzione.
Lo stadio è andato avanti per addizione, sviluppando quello che già aveva, diventando più moderno, con più spazi cool (e remunerativi) ma fortemente identitario: è l’Azteca, nonostante il sacrilegio di appiccicare l’etichetta di un finanziatore al posto del nome. Ha delle luci a led tutte intorno agli spalti che possono aumentare il fascino, tecnologie potenziate, una più ampia area hospitality, quella notte ha sparato anche fuochi d’artificio che da fuori l’hanno reso un tizzone, un’astronave, uno spettacolo. Ma non ha perso l’anima, sente il battito delle 87mila persone che possono trovare posto sugli spalti, anche se non è completo: i lavori soprattutto per le aree esterne non finiranno per il Mondiale, alla prima fuori c’erano ancora gru, parcheggi incompleti, accessi confusi, traffico e deviazioni (e anche un tifoso caduto da un settore all’altro e morto). La gente si è mossa a piedi ed è sembrato, più che un modo obbligato per arrivare fin lì, un atto poetico di ribellione alla modernità, una vittoria semplice sulla gentrificazione che le aree dei nuovi stadi impongono e che invece, a queste condizioni, sembrano rifiutate: lo stadio è dentro, l’Azteca non è un parcheggio. Lo ha scritto, sul Pais, uno che lì dentro ha segnato in una finale mondiale, Jorge Valdano, il giorno prima dell’inaugurazione: “Il rinnovato Azteca, splendente e modernizzato, ci ricorderà, aprendo i suoi cancelli, che il calcio è anche memoria. E che esistono stadi capaci di custodirla come un tesoro, guardando al futuro in attesa di nuove imprese”. Chiedendosi, infine, perché non giocare la finale lì. Come dal giorno dell’inaugurazione chiedono in molti: per dare al calcio quella forma epica di cui ancora ha bisogno servirebbe la finale in quello stadio, più che in un impianto da baseball di New York adattato per l’occasione. Di cui nessuno mai canterà la storia come per l’Azteca, lo stadio che ha visto tutto.