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Non è solo giornalismo sportivo
Buoni motivi per leggere "I 4 Gianni. Brera, Clerici, Minà, Mura e lo sport di Repubblica" di Giuseppe Smorto e "I cantaglorie. Una storia calda e ribalda della stampa sportiva" di Gian Paolo Ormezzano
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4 APR 26

Dei quattro Gianni del giornalismo sportivo, uno solo oggi sarebbe davvero felice: Clerici, per il suo sconfinato amore per il tennis, diventato capace di parlare italiano con un’autorevolezza mai vista nella storia. Gli altri tre, probabilmente, no. Brera e Mura sarebbero incazzati, e non poco, soprattutto a causa del loro infinito amore per il calcio e per il ciclismo che, in Italia, dopo essere stati sport i veri sport del popolo, vagabondano da anni allo sbando. Minà, con il suo sguardo sempre attento, rivolto al mondo e alle sue ingiustizie, soffrirebbe per la sua Cuba più che per qualunque risultato sportivo.
È da qui che conviene partire per leggere il libro di Giuseppe Smorto, "I 4 Gianni. Brera, Clerici, Minà, Mura e lo sport di Repubblica" (Minerva, 2026) non come un libro di memoria, ma come una misura del presente. Perché quello che racconta non è solo una stagione irripetibile, ma una tensione tra racconto sportivo e realtà che oggi sembra essersi allentata. Il libro è la storia di un’irruzione: racconta come lo sport, inizialmente a mala pena tollerato ai margini di un giornale “serio”, si prenda il diritto di parola fino a diventare chiave di lettura dell’Italia. Dentro ci sono firme e stili, certo, ma soprattutto c’è una grammatica: quella di un giornalismo sportivo che non si limita a dire cosa accade, ma prova a interpretarlo a leggerne in filigrana i destini del mondo. La scena madre è già tutta nell’incipit: un giornale che nasce senza sport e poi, quasi controvoglia, lo accoglie, scoprendo quale enorme pezzo di realtà ci sia nello sport. È un cambio di paradigma che oggi diamo per scontato, ma che ai tempi era una scommessa culturale prima ancora che editoriale. Il cuore del libro sta nello scontro continuo fra gerarchie e fenomeno popolare. Brera crea e modella la lingua, Mura trasforma una rubrica in coscienza civile, Clerici eleva il tennis a letteratura, Minà allarga lo sguardo fino a far saltare i confini del campo. Non è solo giornalismo sportivo: è un laboratorio di scrittura e di lettura della realtà.
L’abbinamento di oggi è inevitabilmente con Gian Paolo Ormezzano, "I cantaglorie. Una storia calda e ribalda della stampa sportiva" (66thand2nd, 2015). Se I 4 Gianni racconta la costruzione di un genere, Ormezzano ne racconta qualche lato più nascosto, reale, divertente, fra il rischio permanente dell’enfasi, della celebrazione che si sostituisce all’analisi, del racconto che si compiace di sé. Ormezzano descrive, con la consueta geniale ironia, i privilegi di chi ha viaggiato, mangiato, bevuto come nessuno dei colleghi, tanto meno quelli della redazione politica o degli esteri. Letti insieme, i due libri disegnano da una parte il giornalismo come sguardo critico, capace di stare dentro lo sport senza esserne succube, dall’altra il racconto che si nutre di una passione che talvolta scivola nella enfasi. Resta evidente che I 4 Gianni e I cantaglorie non sono libri sul passato, nonostante siano una specie di Spoon River, perché non sono più tra noi né i quattro Gianni, né Gian Paolo Ormezzano detto Gpo, né Caminiti, Biscardi, Cannavò, Sconcerti, Zavoli, De Zan di cui Ormezzano racconta le gesta. Questi due libri, piuttosto, raccontano in modo spietato il nostro presente, facendo luce su quello che oggi ci manca da morire.