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Le grandi manovre per salvare il calcio italiano
Il ruolo della politica e quello del dimissionario Gravina. La differenza tra rivoluzione e ritocchino. L’Italia del calcio ha bisogno di coraggio, di novità, di una rottura con un passato che non è riuscito a tenerla a galla
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4 APR 26

Gabriele Gravina esce dalla Figc dopo il consiglio federale. Roma 2 aprile 2026. ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Tre uomini e una palla. Per non parlare del quarto che potrebbe anche rituffarsi nella mischia dove era stato battuto da Carlo Tavecchio o del quinto che potrebbe apparire a sorpresa. La rosa dei candidati alla successione di Gabriele Gravina comprende Giancarlo Abete, Matteo Marani e Giovanni Malagò, con Demetrio Albertini che potrebbe riprovarci dopo la sconfitta del 11 agosto 2014 e Paolo Maldini che potrebbe unire, ma anche dividere gli elettori con la sua storia. C’è davvero di tutto. Il vecchio, il giovane e il sempreverde con l’aggiunta degli ex calciatori che sanno usare anche la testa. Ci sono il vecchio e il nuovo e chi può sembrare vecchio, ma rappresenterebbe il nuovo per il calcio. Le manovre nei corridoi romani erano già cominciate prima della mancata qualificazione. Perché fidarsi è bene, ma non fidarsi dei calciatori azzurri negli ultimi tempi è sempre meglio. Adesso sono diventate grandi (manovre), perché in gioco c’è lo sport preferito dagli italiani, anche se oggi vinciamo di più con altri palloni, altre palline, sci, pattini, volanti e manubri.
La politica ha schiacciato il piede sull’acceleratore e il presidente Gravina non ha potuto opporre resistenza, anche perché una delle componenti, la più importante, ma non la più pesante, ovvero la Serie A, gli aveva tolto la seggiola dal tavolo mentre stava per accomodarsi. La Lega Nazionale Dilettanti pesa il 34 per cento; l’Asso Calciatori il 20 per cento; la Lega Serie A il 18; la Lega Pro il 12; l’Asso Allenatori il 10; la Lega Serie B il 6. La prima riforma andrebbe fatta qui, ristabilendo i pesi delle componenti perché resta una follia che la Serie A, nonostante gli ultimi interventi, continui a pesare così poco. Qualcosa è stato fatto, ma non abbastanza. Gravina ci lascia con l’amaro in bocca per la seconda qualificazione mancata, ma anche con il ricordo dell’Europeo (il grande inganno) e di alcuni interventi strutturali che hanno cercato di far tenere la rotta del nostro calcio. Ha le sue colpe, ha sbagliato qualche uscita, ma non va giustiziato in piazza e soprattutto ha le sue ragioni quando dice che il governo avrebbe potuto fare di più. Gravina può fare un ultimo atto prima di andarsene definitivamente, indirizzare quel pacchetto di voti che ancora gestisce, dalla parte giusta. L’Italia del calcio ha bisogno di coraggio, di novità, di una rottura con un passato che non è riuscito a tenerla a galla. E coraggio significa interrompere la continuità con il passato. Ma soprattutto c’è bisogno di idee, di riforme strutturali che permettano al prossimo presidente di agire in profondità. Se cambiano gli uomini, ma non cambia il sistema, tra quattro anni saremo ancora qui a vedere (e non giocare) il Mondiale. Bisogna partire dai vivai per arrivare agli stadi. Agire in profondità cambiando il modo in cui vengono avviati al gioco i ragazzi per produrre nuovi campioni. Non è difficile, basta fare un giro per l’Europa: Germania, Spagna, Francia sono lì da studiare e imitare. L’Inghilterra no perché con i budget che hanno a disposizione i suoi club vive un’altra realtà. Ci sarebbero anche le realtà di altre federazioni italiane da seguire: se atletica, nuoto, tennis, sci sanno far crescere e proteggere i loro talenti, forse si potrebbe andare a dare un’occhiata pure lì, anche se il modello dei centri federali è più complicato da utilizzare per gli sport di squadra. Le 900 pagine del fantomatico dossier Baggio che fine hanno fatto? Possibile che con la sua squadra, Roby non avesse prodotto nulla di sensato? Non credo. Gettiamo le gelosie e lavoriamo tutti insieme. Non solo per la maglia azzurra, ma anche per dare respiro a tutto il movimento calcistico.
A essere decisivi dovranno essere i programmi prima degli uomini. Ma alla fine sappiamo bene che verrà scelto un nome ancora prima di leggere il dossier che lo accompagna. I dilettanti continuano ad avere più peso elettorale degli altri e ad avere problemi diversi dalle Leghe di Serie A e Serie B. Però un calcio con una Nazionale che funziona fa bene a tutto il sistema e un movimento dilettantistico che funziona può produrre calciatori utili per la maglia azzurra. È il solito cane che si morde la coda. Uno ha bisogno dell’altro. Sarebbe bello che tutti guardassero l’obiettivo comune: salvare il calcio. La politica può fare la sua parte mettendo in campo le risorse adeguate per la ricostruzione, anche sotto forma di tax credit per chi investe in settori giovanili (magari non riempiendo le squadre di giocatori non convocabili in Azzurro) e infrastrutture. Ogni ricerca racconta che un euro investito nel calcio ha un ritorno in termini fiscali e previdenziali di 20,5 euro. Gravina oltre alle frasi confuse e mal interpretate sul professionismo ha anche detto una grande verità: “Chi si lamenta ora, non ha fatto un granché per il movimento”. Gravina ha pagato per tutti, Buffon lo ha seguito a ruota (e non c’erano dubbi), Gattuso potrebbe fare da traghettatore per le amichevoli di giugno. Pagano loro, ma non sono i soliti colpevoli. Poi il nuovo presidente federale avrà l’imbarazzo della scelta: Conte, Allegri, Mancini e un sogno che varrebbe la pena aspettare dopo il Mondiale: Carlo Ancelotti. La Nazionale cadrà in buone mani comunque andrà. Ma sappiamo bene che non basterà perché i calciatori resteranno sempre quelli e il calo devastante della natalità in Italia restringerà sempre più il bacino tra cui sceglierli. Anche per questo bisognerà fare sempre più attenzione su come verranno fatti crescere.