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I club calcistici italiani valgono ma non guardano al lungo periodo
Il calcio italiano non vale necessariamente poco. Ma i suoi club hanno una visione di lungo periodo molto più miope rispetto alle controparti europee e globali. Le classifiche del Cies football observatory, dove per trovare le italiane tocca scrollare parecchio
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28 MAR 26

Juventus' Federico Gatti scores the 3 - 2 goal during the Italian Serie A soccer match between AS Roma vs Juventus FC at the Olimpico stadium in Rome, Italy, 1 March 2026. ANSA/GIUSEPPE LAMI
Il calcio italiano non vale necessariamente poco. Però programma male, o quantomeno i suoi club hanno una visione di lungo periodo molto più miope rispetto alle controparti europee e globali. È il dato che emerge da due analisi statistiche pubblicate in queste settimane dal Cies football observatory, dando luogo ad altrettante speciali classifiche squadra per squadra: la graduatoria della quotazione economica complessiva dei giocatori di proprietà – cioè il valore di ciascuna rosa – e quella del management sportivo orientato al futuro, a una crescita patrimoniale duratura. Soprattutto questo secondo parametro impone una riflessione.
Partiamo dalle discrete notizie: dietro l’inarrivabile Inghilterra – che tra Premier League e Championship conta ben 21 club sui primi cento al mondo per valore aggregato dei rispettivi calciatori – ci siamo noi con 15. Un numero che rispecchia un certo equilibrio competitivo: il divario fra gli 800 milioni di euro dell’Inter – prima fra le italiane e 11esima in assoluto – e i 149 del Genoa – 15esimo e 88esimo – è il più sottile fra tutti i principali campionati europei, altrimenti contraddistinti da autentici colossi di mercato. Basti pensare che le prime otto in classifica pesano tutte dal miliardo di euro in su: guida il Chelsea (1,73), seguito da City, Real, Barcellona, Arsenal, Paris Saint-Germain, Liverpool e Bayern. Nulla di così sorprendente. Balzano all’occhio invece le squadre in ascesa, che fino a qualche anno fa mai avremmo trovato sull’elenco: dalle cinque big saudite – oltre al faraonico contratto di CR7 si stanno radicando investimenti profondi – al Como, che con 360 milioni di euro complessivi supera ormai Fiorentina, Bologna, Lazio e mette la Roma nel mirino. Un progetto di calcio poggiato su risorse fuori dal comune, ma con una crescita a trecentosessanta gradi non scontata da realizzare tanto in fretta. Come se la passano le altre grandi di Serie A? Nella top-20 troviamo anche Juve (780 milioni) e Milan (666): non così lontane dai nerazzurri.
Ma come i club italiani gestiscono il loro patrimonio? Ecco le note dolenti. L’esempio lampante è quello dei bianconeri: qualche giorno fa la Gazzetta ha stilato addirittura un’intera formazione, dalla porta all’attacco, di ex giocatori della Juve sbrigativamente venduti – tutti giovanissimi – e ora oggetto di grossi rimpianti. Dalla loro cessione la società ha incassato 120 milioni di euro – a fronte di 875 dissipati sul mercato dal 2019 in poi: oggi quegli stessi ragazzi, da Huijsen a Dragusin, ne valgono quasi 270. È la fotografia di una tendenza in voga ben oltre Vinovo. Torniamo allora al rapporto del Cies, che ha elaborato uno specifico “indice di lungo periodo” basato su quattro parametri fondamentali: numero di giocatori utilizzati in campionato nell’ultimo triennio – quanto minore, tanto meglio –, permanenza media dei giocatori attuali in prima squadra, durata media dei loro anni di contratto ancora da maturare, età media al momento della firma. Ne deriva una sintesi interessante, che evidenzia come l’intersezione fra i club più facoltosi al mondo e quelli più lungimiranti non è sempre rispettata: soltanto Real Madrid, Liverpool, City e Chelsea figurano entrambe le volte fra le prime dieci – con i blancos a comandare il ranking del lungo termine. La prima fra le italiane a questa voce? Tocca scrollare parecchio. Fino al 36esimo posto della Lazio – e vista la situazione di cronica stasi all’interno del club di Lotito, non va preso per un complimento. L’Inter è 41esima. L’Atalanta 47esima, il Napoli 70esimo. Sipario.
Tolti quei progetti giovani e in divenire – Como, Bologna – o quei club strutturalmente costretti a perseguire politiche di rapida plusvalenza – l’Hellas Verona su tutti – si fatica a intravedere attenuanti. Per tutte le altre squadre, insomma, il brutto piazzamento è rappresentativo di grossi limiti di visione. Basti pensare che fra i controesempi virtuosi, senza scomodare disponibilità economiche da sceicchi, troviamo l’Athletic Bilbao, il Brentford, la Real Sociedad e il Bodo/Glimt. Fare meglio con poco si può e si deve. Anche perché la panoramica è pure peggio se si osserva la semplice età media dei calciatori alla firma: soltanto per Lecce e Parma è sotto i 23 anni. Finché si continua a preferire l’hic et nunc, difficile che la nostra Serie A vada lontano.