Damian Clara, il portiere che voleva scappare dal ghiaccio

“All’inizio volevo lasciare, poi un giorno mi chiesero di mettermi in porta ed è cambiato tutto", dice il portiere della Nazionale azzurra di hockey. "Dal primo allenamento tra i pali ho cominciato a pensare: questo sì che posso farlo, questo sì che mi piace”

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28 MAR 26
Immagine di Damian Clara, il portiere che voleva scappare dal ghiaccio

Damian Clara a Milano-Cortina 2026 (Foto Ansa)

Ai Giochi di Milano-Cortina 2026 non ha vinto medaglie, anzi non ha vinto neppure una partita, ma Damian Clara, portierone della Nazionale azzurra di hockey, è riuscito a farsi notare. Per lui parlano le statistiche: ha subito solo 13 gol sui 146 tiri che gli hanno scagliato addosso. Non sono numeri normali anche per lo sport di squadra più veloce del mondo. E pensare che questo ragazzone di due metri dai riflessi strepitosi e dalla mobilità sorprendente davanti alla porticina dell’hockey non sapeva pattinare. L’hockey non è stato un amore a prima vista, anzi quando papà, tifoso del Val Pusteria, lo ha portato a giocare, lui ha cercato quasi subito di fuggire dal ghiaccio. “All’inizio, quando avevo sei anni, era quasi solo pattinaggio e io non sapevo pattinare. Preferivo il calcio o lo sci. Volevo lasciare, poi un giorno mi chiesero di mettermi in porta ed è cambiato tutto. Dal primo allenamento tra i pali ho cominciato a pensare: questo sì che posso farlo, questo sì che mi piace”. A quel punto è scattato il click e l’hockey è diventato la sua vita. “Credo che sia lo sport di squadra più veloce al mondo e io che sto in porta sono sempre dentro la partita, sempre parte del gioco, sessanta minuti su sessanta”. Il portiere nell’hockey deve avere delle qualità particolari. Non bastano i riflessi, il senso della posizione: “Ci vuole la capacità mentale di avere la disciplina di fare le cose giuste. Tu hai il tuo focus sulla partita e non devi perderlo anche se la partita va da un’altra parte ad una velocità pazzesca e se prendi gol non devi pensarci, deve pensare alla parata che verrà dopo”. Un concetto alla Velasco, far sempre prevalere il qui e ora, non pensare all’errore, ma al punto successivo.
La sua altezza avrebbe potuto portarlo su altri campi. Il basket e il volley cercano sempre ragazzi come lui. “Non ci ho mai provato veramente. D’estate gioco un po’ a basket con gli amici, ma niente di serio”. L’hockey invece è diventato una cosa terribilmente seria quando a poco più di quattordici anni ha lasciato casa per trasferirsi alla Red Bull Academy di Salisburgo: “Due ragazzi altoatesini come me che erano andati a giocare là mi hanno detto: sai che qui è tutto figo, un’esperienza incredibile. Ho fatto un tryout e mi hanno preso. Sono entrato in un mondo molto professionale, molto organizzato. Siamo andati a giocare in Finlandia e Svezia contro i ragazzi più forti d’Europa. Le giornate erano piene di allenamenti, partite, studio. Non ho avuto tempo per annoiarmi o provare nostalgia. Paradossalmente adesso che gioco in Svezia e ho tanto tempo libero per pensare quanto mi manchi la Val Pusteria”. La Svezia è stata lo step successivo. Oggi gioca in uno dei campionati più competitivi d’Europa ed è sotto contratto con una squadra di Nhl, gli Anaheim Ducks, che lo ha scelto nel 2023 lasciandolo per ora in Svezia, in un paese dove l’hockey è quasi una religione. “Ci sono città come quelle dove ho giocato io, come Gavle, dove non c’è concorrenza con il calcio. È una città grande come Bolzano, sul mar Baltico, con il classico clima svedese con temperature belle basse in inverno quando fa buio prestissimo…”.
I Giochi di Milano-Cortina gli hanno lasciato un ricordo indelebile: “Un’esperienza per la vita, un grande onore. Quando sei alle Olimpiadi hai il focus sulle partite, pensi solo a essere pronto per la prossima. Dopo però realizzi la grandezza dell’evento e quanto sia stato speciale viverlo davanti al pubblico italiano e con la famiglia e gli amici in tribuna. La cosa più bella è che l’Italia ha lottato e giocato con cuore contro squadre fortissime”. A lui, poi, ha dato ancora più consapevolezza: “Mi ha dato la fiducia di poter giocare su un livello molto alto”. Un altro passo verso il suo sogno: arrivare un giorno a giocare nella Nhl. Ma l’Olimpiade gli ha lasciato anche un altro sogno: “Spero che tanti bambini ci abbiano guardato e abbiano pensato: questo sport è figo, voglio provarlo anch’io”. Intanto sarebbe già una bella cosa far trovare a quei ragazzi dei campi e delle squadre dove cominciare…