Ci stiamo alzando dal divano

Il rapporto Sport 2025 racconta un’Italia un po’ meno sedentaria. Non siamo certo come gli scandinavi, ma siamo molto più sportivi e fisicamente attivi del passato, nonostante il nostro crescente invecchiamento, e nonostante le nostre numerose fratture interne
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2 FEB 26
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Ansa

L’uomo è il corpo, scriveva Giacomo Leopardi nelle sue Operette morali. Lo sport è il corpo, aggiungeva a quasi due secoli di distanza David Foster Wallace. Già, ma quale corpo? Quello scolpito degli atleti professionisti? Quello passivo e spesso sovrappeso degli spettatori? Quello fisicamente allenato dei numerosi praticanti? Non sono domande oziose: a ogni corpo, la sua idea di cultura sportiva. Quella italiana è stata nel Novecento principalmente due cose, che continuano anche oggi. Il primeggiare in un numero vastissimo di discipline, con tanti campioni vincenti, eroi visionari fondatori di culture sportive territoriali, un lavoro artigianale di cura e selezione del talento giovanile operato da società dilettantistiche, poi variamente raccolto e organizzato da club professionistici, federazioni e istituzioni. Dentro questo vasto mare della pratica sportiva di base si sono condotti, generazione dopo generazione, i sogni di una larga parte della popolazione giovanile italiana, perché sport è quella cosa in cui ci si cimenta in gioventù tra i 6 e i 16 anni, accompagnati al campo o in palestra da genitori e nonni, che poi generalmente si abbandona superata l’adolescenza e che si mantiene come ricordo e legame affettivo per tutta la vita.
In secondo luogo, la passione da spettatori, non solo nel tribalismo del tifo calcistico, ma anche nel particolare trasporto per i grandi campioni, italiani o stranieri, di cui sempre il compianto Foster Wallace ricordava in Infinite Jest, parlando del tennis e del rapporto degli italiani con le sue star, la natura erotica di questo legame, sorprendendosene per l’unicità. Infine, come complemento, una terza Italia sportiva di praticanti attivi anche oltre le colonne d’Ercole della tarda adolescenza, comprendente sia le persone impegnate nei campionati dilettantistici ed amatoriali, veri sopravvissuti al colpo di maglio del drop out giovanile, sia i vari popoli del ciclismo, del tennis, del nuoto, o quelli messisi in scia delle varie rivoluzioni american-californiane, dal running alle varie forme del fitness. Questa terza Italia sportiva non ha mai realmente contato e non è mai stata realmente egemone, soffocata dal peso delle altre due. La nostra cultura sportiva è sempre stata nel segno di Enea che nel libro quinto dell’Eneide si siede a guardare le gare, non quella di Ulisse che nell’Odissea, approdato nell’isola dei Feaci e punzecchiato dai giovani atleti locali, li sfida mostrando la sua forza capace di superare le fatiche dell’invecchiamento e dei travagli marittimi. Non sorprende che l’Italia sia puntualmente nei bassifondi di ogni classifica internazionale sui volumi di sport praticato.
Come ce lo immaginiamo lo sport italiano nei prossimi decenni? Sempre basato su questo equilibrio? Sono domande da porsi tenendo sotto mano i dati del Rapporto Sport 2025, appena pubblicato dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale e da Sport e Salute e giunto alla sua terza edizione. Una fotografia importante, che ci mostra numeri alla mano un’Italia più attiva, più sportiva e meno sedentaria. Non siamo scandinavi, in cui sedentario è chi fa sport o attività fisica solo una o due volte a settimana, essendo praticamente introvabili i sedentari puri. Non siamo l’Olanda, che oltre all’obiettivo di stare nelle posizioni di prima fascia della geopolitica del medagliere olimpico si è prefissata anche l’obiettivo della sedentarietà zero nel 2030. Ma siamo molto più sportivi e fisicamente attivi del passato, nonostante il nostro crescente invecchiamento, e nonostante le nostre numerose fratture interne.
Dobbiamo partire da un assunto. La demografia sta cambiando e cambierà tutto. Il calo strutturale delle nascite nel nostro paese è tremendo e colpisce il sistema sportivo, assieme a quello educativo, prima di ogni altro. Quando nacque Roberto Baggio, nel 1967, con lui vennero al mondo altri 950 mila nuovi nati e l’età media della popolazione italiana era di circa 32 anni. Nel 2025 i nuovi nati sono stati circa 350 mila e l’età media è salita a 46,6. Questo significa che guarderemo solo i campioni degli altri? Non è detto. Lo sport organizzato avrà un bacino ridotto per formare il talento, ma penetra di più che in passato nel corpo sociale, tessera di più in rapporto alla popolazione, e le tradizioni territoriali hanno un peso che la demografia non può demolire. Le società sportive di base esisteranno e resisteranno nel loro compito nonostante il peso opprimente della burocrazia, in omaggio silenzioso a Luigi Einaudi. Non scomparirà il nostro tratto polisportivo, e magari avere meno bacino demografico agirà da spinta costrittiva a non disperdere niente e lavorare meglio. Non scomparirà nell’immediato nemmeno il nostro trasporto passionale, compresi i suoi numerosi lati negativi.
Il XXI secolo dello sport italiano sarà però sempre di più il secolo dello sport praticato, in varie forme e modalità, lungo tutto l’arco della vita, del corpo che si muove e delle sue possibilità da usare e tenere allenate per resistere al logorio non più fisico ma cognitivo a cui ci costringe l’evoluzione tecnologica contemporanea, che il corpo lo elimina delegando ogni fatica muscolare alle macchine, salvo poi riscoprirlo come problema negli anni finali della vita per l’insorgenza di malattie dovute alla costrizione sedentaria a cui l’evoluzione non ci ha biologicamente preparati. Per essere più attenti e studiare meglio serve lo sport. Il più potente rimedio allo stress è in una misura quotidiana di esercizio fisico. Per evitare cadute e non rompersi il femore è necessario lavorare sulla forza, soprattutto dopo i 50 anni di età. Per contrastare la demenza senile serve lo sport. E sport significa sempre più cose, ad esempio salire e scendere le scale di buona lena anziché prendere l’ascensore. Insomma, lo sport come tecnica della buona esistenza.
È quindi evidente che la demografia farà contare sempre di più la terza Italia sportiva, e che in essa conteranno di più le discipline che sapranno adattarsi ed estendersi a questo allungamento, di cui il tennis già ci mostra un’immagine di possibilità di pratica dalla culla alla tomba che spiega il suo successo molto oltre le vittorie di Sinner. Ci si è riflettuto poco, ma l’articolo 33 della Costituzione è tutto pensato in senso attivistico e non in quello spettatoriale. Siamo solo agli inizi del comprendere questi cambiamenti profondi, tutto il nostro universo mentale quando pensiamo allo sport è ancora sui Giochi della Gioventù, quando invece quelli della Vecchiaia diventeranno ben più rilevanti socialmente, proprio come questione di sopravvivenza nazionale, in un’Italia di vecchi e vecchissimi.