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dall'Eur a Istanbul

Angelo Sormani ci dice il segreto di Nereo Rocco per vincere la Champions League (fu Coppa dei Campioni)

Franco Recanatesi

Era la riserva di Pelé, poi divenne il suo braccio destro e amico del cuore. Con il Milan vinse tutto, in Italia, in Europa, nel mondo. Ai giocatori dell'Inter dice: "Prima di entrare in campo tirate un bel respiro e pensate che state vivendo il momento più alto della vostra carriera"

Ecco uno che se ne intende e che sa come si vince: Coppa Italia, Coppa delle Coppe, Coppa dei Campioni, Coppa Intercontinentale. Le ha conquistate tutte. Anni Sessanta, anni d’oro di un paese in euforia. Lui vi approda dal Brasile, giocava nel Santos Futebol Clube, squadra di modesto lignaggio fino a quando, nel 1954 non trova un tesoro di nome Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé, che da bambino palleggiava con un mango perché la famiglia non aveva i soldi per comprargli un pallone. Beh, la storia di Pelé è nota quanto quella dell’uomo: prima c’era l’uomo-scimmia poi l’homo erectus; prima c’erano i giocatori poi è arrivato Pelé.

Meno diffusa è la storia del suo compagno di squadra Angelo Benedicto Sormani, di un solo anno più grande. Nato a Yaù, capitale mondiale del caffè, piccolo centro dello stato di San Paolo, discendente di una famiglia toscana emigrata in Sudamerica alla fine degli anni Quaranta. Lo pescò vedendolo scaricare gol a raffica nei campetti della sua città uno scout del Santos che subito se lo portò a casa. Da riserva di Pelé divenne il suo braccio destro. E amico del cuore. Pelé cenava spesso in casa Sormani, andava pazzo per le tagliatelle di mamma Antonietta. La “Perla nera” non si allenava quasi mai perché giocava sempre: campionato Paulista, torneo di San Paolo, la Nazionale, le tournée di tutto l’anno a patto che nel Santos ci fosse lui. “Una volta – racconta, Sormani – c’era una partita di campionato, alle 8 di sera, ma lui alle 7 ancora non si vedeva. Preoccupati, andiamo nello spogliatoio per cambiarci e lo troviamo addormentato sul lettino dei massaggi”. Però a 18-19 anni e con un titolo mondiale già sul petto, era il più bravo di tutti. “Persino in porta, dove gli piaceva giocare in allenamento e una volta anche in una partita ufficiale. Il più bravo a saltare, a scattare, a tirare. Aveva gli occhi molto sporgenti che gli permettevano di vedere in anticipo anche chi gli arrivava alle spalle”.

Abile e fortunato fu il Mantova ad accorgersi di Sormani grazie a una segnalazione avuta dal presidente Giuseppe Nuvolari e al placet di Edmondo Fabbri. Angelo giunse nella città di Virgilio con l’aureola di “Pelé bianco”, non si sa coniata da chi e comunque esagerata, però era molto bravo, alto, bello, profilo da antico romano, piedi non solo esplosivi ma anche raffinati, tanto che dopo due anni, 65 partite e 29 gol si scatenò l’asta delle grandi e Angelo prese la strada di Roma giallorossa. Mezzo miliardo fra contante e giocatori. Un fallimento. Mica lui, la Roma di quella stagione. Foni esonerato, giocatori in rivolta. Sormani ebbe un incidente nell’ultima delle sue sette partite in Nazionale, gli si piegò un braccio al contrario. Dopo aveva paura di cadere, che per un calciatore è come un uccello che ha paura di volare.

   

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Ah già, la Nazionale. In quegli anni una squadra poteva avere soltanto due giocatori provenienti da federazione estera che diventavano tre con un oriundo che avesse indossato la maglia azzurra. Fu il c.t. Edmondo Fabbri, mentore mantovano, a chiamarlo. Con i colori dell’Italia fece due gol. Lui ricorda con particolare piacere quello nell’amichevole milanese del 12 maggio 1963 contro il Brasile di Pelé e con particolare dispiacere – come tutti i calciofili italiani – il Mondiale cileno del 1962.

Le parentesi buie finirono quando firmò il contratto con il Milan. Lo volle Nereo Rocco, non costava più cifre da capogiro. A Rocco piaceva per la sua duttilità, poteva giocare indifferentemente da prima punta e da mezz’ala. Cinque anni da “Pelé bianco” ricandeggiato, uno scudetto e quella sontuosa collezione di Coppe.

Oggi, nel giorno in cui ci incolliamo alla tv per spingere l’Inter (forse non proprio tutti, milanisti e juventini sono tanti) a riportare in Italia dopo 13 anni il trofeo più prestigioso, e in prossimità del suo ottantaquattresimo compleanno (3 luglio), Sormani rivive la sua Coppa Campioni e gli anni ruggenti del suo calcio.

 

Con Nereo Rocco, il “Paron”, si accese subito la scintilla?

“Schietto, pratico, divertente. È una balla quella del Rocco catenacciaro. Il Milan giocava con tre attaccanti: Hamrin, Prati e me. Più Rivera che non usciva mai dalla metà campo avversaria. Dietro due mastini, Rosato e Anquilletti, che toglievano l’aria alle punte avversarie, uno sulla mezza punta Schnellinger, tre centrocampisti-marcatori, Trapattoni, Malatrasi e Lodetti”.

Quel Milan ha vinto tutto, ma fermiamoci sulla Coppa Campioni del 1969. Arrivaste alla finale dopo aver vinto 2-0 a San Siro e perso 1-0 a Manchester, contro lo United di Bobby Charlton, Nobby Stiles e Denis Law, Pallone d’Oro, capocannoniere del torneo assieme a Pierino Prati. Law si fece ben conoscere in Italia assieme a Joe Baker con la maglia del Torino.

“E ci fece impazzire. Erano favoritissimi, noi li battemmo per 2-0 in casa, io feci il primo gol, e con un catenaccetto, quella volta sì, nel ritorno perdemmo 0-1”.

Finale al Bernabeu di Madrid. Avversario l’Ajax di Johan Cruijff. Che differenza c’è fra entrare in campo per una partita qualsiasi e la finale di Champions, come si chiama dal 1992?

“Come se leggi un libro disteso su un’amaca oppure vai dal dentista. In una finale di Champions ti giochi tutto senza possibilità di rivincita, la pressione è enorme. Certo, poi dipende dal carattere. Un mio compagno di squadra nelle occasioni importanti vomitava prima di entrare in campo. Nello spogliatoio, prima della sfida con l’Ajax, non volava una mosca”.

Rocco che cosa vi disse?

“Niente. Doveva scaricare la tensione più che caricarci. E poi, meglio così, lui mica parlava italiano, parlava in dialetto triestino e nessuno lo capiva”.

Primo tempo, due gol di Prati e già partita in cassaforte. Nell’intervallo cosa successe?

“Rivera, il capitano, predicava calma, Rocco parlò solo con Trapattoni: ‘Tienilo, non lo mollare un attimo’. Il Trap non aveva fatto toccare palla a Cruijff. Nel secondo tempo segno il 3-0 con un sinistro dal limite. Poi ancora Prati anticipò la festa”.

Campioni d’Europa e poi campioni intercontinentali. Cosa le rimane delle due sfide con gli argentini dell’Independiente?

“Tanta gioia per noi e vergogna per loro. Non furono sfide, fu una guerra. A Milano, vincemmo 3-0, li attendemmo nel tunnel che porta al campo, arrivarono battendo forte i tacchetti a terra, si misero ciascuno di fronte a uno di noi e ci fecero un rutto in faccia. Il ritorno a Buenos Aires, fu ancora più difficile. Prima della partita, con le squadre schierate per le foto, ognuno di loro ci scagliò un pallone addosso gridando insulti. Poi, pronti via, iniziò la caccia all’uomo. Combin uscì dal campo sanguinante, Prati aveva le gambe con due tagli, tutti noi pieni di lividi. Alla fine ci aggredirono fino all’imbocco del sottopassaggio. Il portiere Poletti, il più violento, fu radiato dalla Federazione argentina, Suarez e Manera ebbero 30 e 20 giornate di squalifica. Loro vinsero la partita per 2-1, noi alzammo la Coppa. Ma avemmo davvero tanta paura”.

 

Brillano gli occhi ad Angelo Sormani rincorrendo quei magnifici ricordi, seduto sul divano della sua bella casa romana dell’Eur, davanti a un grande schermo televisivo sempre acceso. Ora cammina a fatica (“ho corso troppo nella vita, le mie gambe si sono stancate”), esce raramente, la tv, i libri (“in brasiliano, così non dimentico la mia lingua”), le parole crociate scandiscono le sue giornate. E poi la numerosa famiglia: Giulietta, la moglie, conosciuta sui banchi di scuola di Yaù; il figlio Adolfo, ex secondo di Zola in Inghilterra che ora attende una squadra da allenare; le figlie Angela e Amanda tornata a casa con i gemelli diciottenni Matteo e Gabriele dopo la separazione dal marito. Un piccolo stadio, questa sera, davanti alla tv.

 

Sormani, cosa vorrebbe dire a Inzaghi e ai giocatori dell’Inter prima di andare in campo?

“Che in partite come questa non c’è una squadra più forte. Che non bisogna mai perdere la concentrazione perché una minima disattenzione può decidere il risultato, come purtroppo è accaduto alla Fiorentina”.

Chi avrà il pallino del gioco?

“Penso il City, almeno all’inizio. Inzaghi ha le armi giuste per aspettare e colpire in contropiede. Per questo vedo in campo più Dzeko che Lukaku accanto a Lautaro. Dzeko è più bravo nella manovra, è uomo-squadra. Vorrei dire un’altra cosa ai giocatori dell’Inter: prima di entrare in campo tirate un bel respiro e pensate che state vivendo il momento più alto della vostra carriera. E quello che diceva Rocco: ricordate che in queste partite non c’è rivincita”.

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