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Verstappen ha portato la Formula 1 nel suo nuovo mondo

Umberto Zapelloni

Il Mondiale vinto dall'olandese vale molto più di una stagione: è un modo diverso di correre

Max Verstappen è l’Andre Agassi della Formula 1. Con la differenza che lui ha sempre amato lo sport verso il quale i suoi genitori lo hanno indirizzato fin dai tempi del biberon. Non scriverà mai un’autobiografia come “Open”, ma potrebbe raccontarci come mamma e papà hanno costruito un campione in casa, mettendolo sui kart prima che cominciasse a camminare e lasciandolo senza cena e senza parole quando in pista combinava qualche pasticcio. Max non ha mai avuto la sensazione che i kart potessero essere solo un gioco, un divertimento. Papà e mamma gli hanno subito fatto capire che quello sarebbe diventato il suo futuro e il successo dell’operazione sarebbe stato una conseguenza del suo impegno. Se fuori pioveva papà lo portava in pista a provare sul bagnato. Una volta lo ha anche fatto tornare a piedi in albergo dopo un errore in gara. Non lo punivano se a scuola andava male. Lo punivano se in pista faceva qualcosa di sbagliato. Ha imparato presto a confrontarsi contro gente più forte, più vecchia e più esperta. Quando la mamma ti dice solo di andare più veloce e papà di mette in castigo se non ci riesci, o ti schianti da bambino contro un muro oppure diventi campione del mondo dopo esser stato il più giovane a partecipare a un gran premio di Formula 1 a 17 anni 5 mesi e 15 giorni e il più giovane a vincerlo a 18 anni 7 mesi e 15 giorni. “E’ divertente pensare che guido le macchine più veloci al mondo senza avere ancora la patente”, diceva nel 2015 quando, dopo aver trattato senza successo per entrare nell’Academy ferrarista, divenne un uomo di punta del vivaio Red Bull. L’unico record di precocità che gli manca è quello da campione del mondo. Vettel, Hamilton e Alonso ci sono arrivati prima di lui, che domenica aveva 24 anni e 73 giorni. Ma è solo un dato statistico. Il Mondiale di Max è destinato a restare nella storia per come è venuto e soprattutto perché lo ha vinto contro un sette volte campione del mondo capace fino all’ultimo di guidare divinamente.

Per gli olandesi, che mai avevano avuto un campione in Formula 1, Max guida più o meno come Cruijff giocava a calcio. All’attacco, senza paure, senza esitazioni. Gli piace quello che fa e lo fa con sfacciataggine, inventandosi colpi che per altri sono proibiti. Corre per vincere, non per partecipare. Ma corre anche per intrattenere il pubblico e infatti è l’unico pilota al mondo che si porta dietro una nazione colorando di arancione le tribune di tutto il mondo. Bizzarro se pensi che sul passaporto ha scritto di essere nato in Belgio, da madre belga. Ma Max si è sempre sentito solo e soltanto un oranje come papà.

Max sta facendo in Formula 1 quello che Valentino Rossi ha fatto nel Motomondiale, solo con un po’ meno di empatia e di simpatia. Però, occhio a giudicarlo con i canoni classici. Verstappen è il primo pilota di una nuova generazione cresciuta sui kart, ma pure con i videogame e i social, anche se a inizio stagione aveva chiesto a quelli di Netflix di non rompergli troppo le scatole. Ha dato una spallata (non solo figurata) a Hamilton, ha accelerato la fuga verso la pensione di Alonso e Vettel, sta mettendo in crisi la nuova generazione di fenomeni come Leclerc, Norris, Sainz e Russell. Ha cambiato le regole del gioco, ha costretto la Fia a cambiare le regole dei sorpassi, anche perché è stato lui a riportare in pista l’aggressività scomparsa.

 

Lo accusano di essere eccessivo, troppo irrispettoso, troppo cattivo. Per lui risponde papà Jos: “Non cercavate dei piloti guerrieri? Max quello è”. Ci sono gare in cui ha esagerato. A Jedda ha cercato lo scontro con ogni mezzo. Ma tra i grandi campioni della storia è difficile trovarne uno senza neppure una macchiolina sulla coscienza. Se hai una testa per correre a trecento all’ora tra i muretti, non sei uno che può farsi tanti scrupoli. Pensi prima a te stesso e poi agli altri. Max lo fa in pista e un po’ anche nella vita privata. Basta pensare che a Daniil Kvyat prima ha soffiato il posto in Red Bull e poi la fidanzata, già madre di sua figlia. Oggi l’ex signora Kvyat è abbracciata al suo uomo a festeggiare il suo primo Mondiale. Lei se ne intende, perché è Kelly Piquet, figlia di Nelson che di Mondiali ne ha vinti tre ed era uno abituato a deridere i suoi avversari quando non finiva addirittura con il prenderli a pugni in pista.

Ma Piquet non ha avuto parole nell’educazione e nella costruzione del nuovo campione del mondo. Ha ereditato molto da mamma Sophie, che sui kart ci sapeva davvero fare. E’ stata una delle migliori della sua generazione, e non solo del Belgio. Papà Jos in Formula 1 ha corso dal 1994 al 2003, 107 gare, miglior piazzamento due terzi posti. E’ stato compagno di Michael Schumacher alla Benetton, rischiando anche di andare a fuoco durante un rifornimento a Hockenheim nel 1994. Non ha lasciato il segno. Però insieme alla moglie, con cui ai tempi andava ancora d’amore e d’accordo, ha deciso di programmare Max che a scuola era bravo solo in educazione fisica e ha sempre studiato solo per diventare pilota, tanto che ancora oggi racconta di aver letto solo due libri in vita sua. Mamma e papà si sono costruiti il campione in casa. Lo hanno messo su un kart ancora prima che cominciasse a camminare e poi lo hanno accompagnato in tutta la trafila delle serie minori fino al salto triplo che a 17 anni lo ha portato alla Toro Rosso direttamente dalla Formula 3. Helmut Marko quando lo ha visto guidare sul bagnato ha detto: da qui non si muove più. Altri team (tra cui la Mercedes) gli offrivano un percorso classico, prima fai il collaudatore, poi arrivi alla squadra satellite e quindi… La Red Bull lo ha subito messo al voltante di quella che allora era la Toro Rosso. Lo ha aiutato a saltare le tappe, a passare dai kart alla Formula 1 senza troppa autoscuola. Rischioso, ma oggi terribilmente appagante. E Max l’altro giorno ha giurato amore eterno ai bibitari anche se sappiamo bene quanto siano merce rara gli amori eterni nello sport. Max e la Red Bull sembrano fatti apposta per stare insieme. In fin dei conti sono simboli della stessa rivoluzione generazionale.

La bibita energetica ha rivoluzionato il mercato dei soft drink. Ha giocato pesante con la pubblicità e anche con certi ingredienti che in molti paesi sono stati osteggiati prima di essere ammessi. Max è l’uomo che ha svecchiato di 12 anni l’albo d’oro del campionato, ha interrotto la serie vincente di Hamilton e della Mercedes, ha cambiato le regole di ingaggio in pista aggiungendo parecchia aggressività ai soliti ingredienti.

Max non le vedrete arrivare nel paddock agghindato come Lewis. Non lo sentirete fare i discorsi politici e umanitari a cui Lewis ci ha abituati. Non ha l’età e l’esperienza per farli, ma soprattutto non ha il suo percorso interiore. Lewis è nato e cresciuto in una famiglia dove il padre per farlo correre doveva fare due-tre lavori insieme oltre a quello di ferroviere. Max è figlio di due piloti con il nonno paterno che gestiva un team di kart e il nonno materno che organizzava gare. Non ha dovuto fare sacrifici per correre se non quello di pensare solo alle corse fin da bambino quando i suoi coetanei giocano con le macchine. Max non giocava, imparava. E’ una cosa che fa ancora con i videogame. E’ un fuoriclasse anche nelle gare sulle piattaforme virtuali, ma l’anno scorso, quando in pieno lockdown la Formula 1 ha organizzato il suo campionato virtuale con i piloti veri, lui non c’è stato: “Io gareggio su un’altra piattaforma, mi spiace”. E’ forse l’unica volta in vita sua in cui ha avuto paura di qualcosa. Di non vincere. 

Quella che non ha avuto nell’ultimo giro di Abu Dhabi. Aveva commesso un errore al via, aveva dovuto rincorrere per tutta la gara cambiando gomme due volte in più di Hamilton per provarle tutte. Aveva a disposizione una freccia. Ha colpito al cuore il vecchio campione che stava correndo con la freschezza di un ragazzino. Aveva un’unica, ultima occasione, ha aggredito Hamilton e il mondo come in un videogioco. Sapeva che con gomme fresche e per di più di due mescole più tenere, nessuno avrebbe potuto resistergli se non buttandolo fuori. Ha affondato il coltello. Sarebbe stato bello vedere il suo ghigno in quel momento, probabilmente più simile a quello di un Ibrahimovic che si scaglia su un pallone sotto porta che a quello del bimbo che comincia a scartare i pacchi sotto l’albero. Max sa essere spietato. Lo ha dimostrato in un anno in cui ha vinto 10 gare su 22 imparando a non gettare le occasioni. Il salto di qualità, a parte una macchina e un motore spesso superiori, lo ha avuto proprio nel saper cogliere l’attimo e l’occasione. A Jedda, all’ultima curva dell’ultimo giro in qualifica, ha buttato una pole che era già sua per eccesso di fiducia, per il piacere di migliorarsi ancora. Un atteggiamento alla Villeneuve. Ma ad Abu Dhabi, dopo l’errore al via è stato implacabile. Senza l’aiuto della safety car provocata da Latifi non ce l’avrebbe fatta. Ma quel colpo di fortuna se lo era costruito lui. Non nei 57 giri precedenti, ma nei 21 gran premi corsi prima.

Max è il nuovo mondo della Formula 1. Piaccia o non piaccia è un dato di fatto.

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