Lo svizzero Roger Federer a Wimbledon, sabato 3 luglio 2021 (AP Photo / Alastair Grant) 

L'ultimo inganno di Federer

Giuliano Ferrara

Prendere un 6 a 0 a Wimbledon per finire e ricominciare una nuova vita nel paradiso degli eroi indimenticabili

La gloria provvisoria di Berrettini è una semifinale a Wimbledon a sessantuno anni dalla precedente di Pietrangeli, la gloria eterna di Federer è aver subìto sull’erba un 6 a 0 da un giovane tennista polacco che ora sfiderà Matteo. Non si dice nulla di Federer come simbolo di stile, sarebbe ridondante. Un mostro di eleganza a quarant’anni non poteva che significarci con il massimo punteggio negativo come la vita sia sempre una sublime sconfitta finale. Inevitabile e molto bello. L’importante è non aver sprecato grandi occasioni, essersi comportati secondo criteri idonei al buon timbro dell’esistenza, sapersi rincantucciare con grazia senza petulanza, senza insistere troppo, ma alla fine anche facendo quel che consigliano sentimenti e ragioni in tutte le grandi imprese al tramonto.

          

Federer è stato la Confederazione elvetica di tutti i possibili tratti pertinenti dello sport tra i più emozionanti e freddi del mondo. Tra quelle montagne che secondo Carlo Antoni furono la culla delle libertà europee, compreso il famoso orologio a cucù di Orson Welles, il fair play si insegna con la stessa intensità del servizio militare obbligatorio tutta la vita. Gente dura, seria, simpatica. Devi saper sorridere come Chiellini con Jordi Alba, come Chiesa con Lucho, e comportarti da grand seigneur de l’esprit come il ct Luis Enrique davanti alla sconfitta di un’incollatura, anche quella tecnicamente ingiusta. Ma devi farlo sempre, ogni volta che giochi, comunque vada il meccanismo spietato dell’eliminatoria perenne che non tollera il pareggio. Federer anche di questo sport è sempre stato un campione, indiscusso.

          

Nella vittoria e nella disfatta, anche ora che è un vecchio potenziale ex giocatore di tennis, e gli si augura di capire il senso di questa Grandeur, non è mai mancato in ogni colpo il suo tocco, il senso acuto dell’angolo e della geometria, la dolcezza devastante del servizio chirurgico, non ostentatorio ma omicida, il gioco a rete, lo scatto in allungo, la beffa, tutte cose che impassibilmente sfioriscono dopo aver procurato il numero di punti necessario a primeggiare per oltre due decenni, con il diritto assoluto all’ovazione in piedi nel disdoro del numero 0.

 

La comunità non tanto snob che ha capito il tennis, anche con clamoroso ritardo, gli erige per questo un monumento che sfida in maestosità perfino la tigna dell’età, l’ingordigia finale umana troppo umana.

  

Qualcosa non funziona più, si diffonde il sospetto maligno della fallibilità dell’infallibile, dipende dall’età, cioè dal tempo che eguaglia e diminuisce il potenziale di chiunque, basta saperci avere a che fare. Chi ha detto che la finta, l’esquive, la schivata di un Garrincha cantato da Olivier Guez, è del solo calcio? Anche il tennis è arte di dissimulazione, gioco di inganni, apparato mentale e fisico di una guerra dei nervi e di movimento. Gli inganni di Federer hanno funzionato per un’epoca ai livelli paradossali, astratti, ingiocabili dei grandissimi del tennis. E l’ultimo inganno è quello di prendere un 6 a 0 a Wimbledon per finire e ricominciare una seconda, una terza, una quarta vita nel paradiso degli eroi indimenticabili.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.