Venus Williams è ancora qui

A 40 anni la tennista americana al via degli Australian Open. Nonostante tutto
6 FEB 21
Ultimo aggiornamento: 09:09
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Foto LaPresse

Venus Williams ha intravisto la fine della sua carriera l’11 settembre del 1999, durante la finale degli Us Open, l’ultimo Slam del vecchio millennio. Per la prima volta in tutta la sua vita, quel giorno, non è lei la protagonista del campo ma, seduta sugli spalti, è costretta a guardare, ad applaudire sua sorella, la sua sorellina, che sta per vincere contro la numero uno del mondo Martina Hingis e conquistare il primo Slam di casa Williams. Venus ha da poco compiuto diciannove anni, il suo tempo sta per finire. Da allora ha trascorso vent’anni a scattare fotografie ai trofei alzati al cielo dalle altre, dall’altra, sua sorella, la sua sorellina. “Non c’è niente di peggio che arrivare per prima soltanto per vedere la tua versione in miniatura completare l’opera che tu avevi cominciato”, ha scritto Chris O’Connell in un articolo pubblicato sul magazine statunitense Racquet. Venus Williams è stata prima per nascita e per nient’altro. Dopo un anno di perfetta solitudine nel circuito, dopo mesi in cui al cognome Williams corrispondeva lei e soltanto lei, è arrivata Serena, a rubarle la scena, ad azzerare i paragoni, a strapparle in due la carriera.
Guardando i numeri, si potrebbero considerare due sport diversi quello a cui giocano le due sorelle: come si fanno a mettere a confronto sette titoli del Grande Slam contro ventitré, 319 settimane da numero uno del mondo contro undici? Ma soprattutto, come si fa a non odiare tua sorella, la tua sorellina, quando l’8 luglio del 2002, ti toglie dalle mani il vassoio di Wimbledon, il primo posto del ranking e mese dopo mese dopo mese divora ogni tuo primato, come se nella vita si fosse data un unico obiettivo, comune a tutti i fratelli: “Se lei è forte io devo essere ancora più forte”. Non è una storia di tennis, è un dramma familiare, una congiura cominciata da Richard Williams, il padre padrone delle due sorelle che, per rendere ancora più insostenibile il fardello di doversi spartire il patrimonio genetico, l’affetto e le attenzioni dei propri genitori, un campo da tennis in cui o si vince o si perde e in ogni caso si è da soli, aveva dichiarato: “Venus è forte, Serena è la migliore”. Fine della discussione e fine della rivalità. Un ko definitivo, una sentenza senza appello. Con l’aggravante del legame di sangue. A mandarla al tappeto è stata sua sorella, la sua sorellina, la bambina capricciosa a cui Venus teneva sempre la mano, che non muoveva un passo senza il consenso dell’altra, che non dormiva senza averla vicina; la bambina orgogliosa che fino ai dieci anni camminava tra i circoli di tennis a testa alta, con un’unica consapevolezza, che bastava e avanzava, era la sorella di Venus Williams; e infine la bambina invidiosa che si ritrova a fare i conti con l’odio che prova per il sangue del suo sangue, un odio vergognoso e fisiologico, un odio che le ha permesso di mantenere la promessa del padre e di diventare la migliore. E se Serena è la migliore delle due, Venus necessariamente è la peggiore delle due. Ogni giorno, da diciannove anni.
Venus Williams nel 2020 ha perso al primo turno in ogni torneo del Grande Slam: agli Australian Open contro Cori Gauff, sedici anni (ventiquattro in meno di lei); agli Us Open contro Karolina Muchova, classe 1996, e infine al Roland Garros contro Elina Sviolina, nata nel 1994, lo stesso anno in cui la tennista di Compton è diventata professionista. Si è presentata a Melbourne dicendo: “Guardate: sono ancora qui”. Numero ottanta al mondo, quarant’anni ancora per poco, ventotto anni di circuito sulle spalle, gli ultimi dei quali a ingoiare sconfitte e stringere la mano ad avversarie ogni volta più giovani, a complimentarsi con loro: “Continua così”, a sentirsi rispondere: “Brava lo stesso”. Se la carriera di Roger Federer sembra una piccola eternità in un mondo destinato ad avere vita brevissima, quella di Venus, molto meno celebrata e ricordata, dura da più tempo. È da un anno che si parla del quarantesimo compleanno Federer con il terrore, Venus quel traguardo lo ha già superato, senza gesti o dichiarazioni eclatanti: “Sono ancora qui”. Venus è arrivata prima, prima di Federer e prima di tutti gli altri giocatori presenti nel tabellone principale australiano. Era il 31 ottobre 1994 quando a quattordici anni, la giocatrice statunitense esordì nel mondo delle grandi. Indossava perline colorate tra i capelli, non sapeva che durante i cambi di campo bisognava stare seduti sulla propria sedia e non in piedi come i pugili a guardare l’avversaria in cagnesco, indossava una t-shirt oversize senza logo, suo padre non ne aveva ancora trovato uno, quando rideva lo faceva sguaiatamente, con la fiducia incrollabile dei quattordici anni. Lo aveva detto anche il New York Times, il suo futuro sarebbe roseo, sua sorella era ancora nascosta. Dopo il suo esordio, Pam Shriver, una delle più forti tenniste al mondo negli anni Ottanta disse: “Diamole tempo, potrà stare tra le top player per una quindicina di anni”. Si sbagliava. Sono passate quattro decadi, quarantanove trofei, mille partite e ottocento vittorie, cinque titoli a Wimbledon, una sorella che l’ha fatta a pezzi, una malattia da cui non si guarisce, la sindrome di Sjogren, una sconfitta dopo l’altra: “Guardate, sono ancora qui”.
Giorgia Mecca