il foglio sportivo

Il primo israeliano in una squadra araba è solo l'inizio

Pace, soldi e pallone

Luca Gambardella

Da Beitar “Trump” Gerusalemme a Diaa Sabia. La normalizzazione fra Israele e mondo arabo passa anche per il calcio

Succede che tutto quello che sembrava impossibile pian piano sta diventando possibile”, ha semplificato Uri Levy, giornalista esperto del calcio mediorientale parlando alla Deutsche Welle. E in effetti succede che nel 2020 la normalizzazione dei rapporti fra mondo arabo e Israele passi anche per il calcio. Si chiama Diaa Sabia il primo giocatore israeliano della storia a giocare in un campionato arabo. Lunedì scorso, Sabia ha firmato un contratto che lo legherà per i prossimi due anni all’al Nasr, uno dei principali club degli Emirati Arabi Uniti. E’ stato acquistato dal club cinese del Guangzhou per una cifra vicina ai 5 milioni di euro e su Twitter l’al Nasr ha pubblicato un video in grande stile per annunciarne il tesseramento. E’ un evento storico, senza precedenti che ha come protagonista il 27enne centrocampista offensivo, nato in una cittadina araba dell’Alta Galilea e di origini palestinesi. Cinquanta gol in centoundici partite giocate in competizioni diverse, comprese altre tre reti siglate in dieci apparizioni con la nazionale israeliana. Solo poche settimana fa, il 15 settembre, Emirati Arabi Uniti e Israele avevano firmato a Washington gli accordi di Abramo, patrocinati del presidente americano Donald Trump.

Forse il più grande successo recente della politica estera dell’Amministrazione americana, il trattato sponsorizzato da Trump è andato persino oltre i precedenti accordi siglati da Israele con Egitto e Giordania. La normalizzazione delle relazioni con Abu Dhabi passa per la pace reciproca, certo, ma anche per programmi di cooperazione economica e culturale. E lo sport è uno dei canali privilegiati. Se ne è accordo subito un eccentrico imprenditore emiratino, Sulaiman al Fahim, che ora vuole investire nel Beitar Jerusalem. Quando il presidente del club israeliano, Moshe Hogeg, ha confermato pubblicamente che la trattativa era già a buon punto, i tifosi del Beitar sono insorti. Il club è famoso per essere l’unico in tutto lo stato di Israele a non avere mai tesserato nemmeno un giocatore arabo di fede musulmana. I suoi ultrà – La Familia, si fanno chiamare – sono da sempre vicini alla destra e in particolare al premier, Benjamin Netanyahu. Per farsi un’idea: quando due anni fa Trump decise di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, facendo rivoltare mezzo mondo arabo, i tifosi della Familia annunciarono su Facebook che da quel momento il club sarebbe stato ribattezzato Beitar “Trump” Gerusalemme, per celebrare il coraggio del presidente americano. Per Hogeg, l’offerta emiratina non avrebbe solamente risvolti economici, ma potrebbe anche smussare i toni estremisti e le accuse di razzismo che da sempre aleggiano sulla curva del Beitar. Da “morte agli arabi”, intonato dagli ultrà, alle coreografie in curva con tanto di kalashnikov e frasi minacciose rivolte ai palestinesi – del tipo “Non prendeteci per il culo”, i tifosi del club si rifanno al movimento sionista revisionista giovanile Betar, fondato in Lettonia nel 1923 e a cui si ispira il Likud, il partito di Netanyahu.

Una storia controversa, che però ha già scaldato i cuori della stampa di mezzo mondo, secondo cui l’investimento degli emiratini sarebbe denso di significati di pace, oltre a essere un primo, piccolo passo in direzione della distensione. Eppure, la storia recente di Sulaiman al Fahim desta qualche dubbio. Il Guardian lo soprannominò “l’Alan Sugar degli Emirati”, perché conduttore di un reality fotocopia di “Apprentice”, ambientato però nel Golfo. Nel 2009, tramite la sua Abu Dhabi United Group, Fahim acquistò il Manchester City insieme allo sceicco Mansur bin Zayd al Nahyan, politico, imprenditore e attuale direttore sportivo del club. Per settimane, Fahim si spacciò per presidente della società, rilasciando ai giornalisti interviste in cui prometteva l’acquisto di Cristiano Ronaldo per la cifra record di 134 milioni di sterline. Dopo pochi giorni, fu il suo stesso socio, al Nahyan, a chiarire a tutti che in realtà il presidente era un altro, Khaldun al Mubarak, attuale numero 1 del club. Non contento, pochi mesi dopo, Fahim ha acquistato anche il Portsmouth, promettendo grandi obiettivi nel giro di pochi anni, salvo poi rivendere il 90 per cento delle quote nel giro di appena sei settimane al saudita Ali al Faraj. Un’operazione folle, che nel 2018 ha portato Fahim a una condanna in carcere negli Emirati per avere usato documenti falsi e aver rubato alla moglie 5 milioni di sterline, usati proprio per acquistare il Portsmouth. “Sono come un bulldozer, se ho un’idea devo metterla in pratica”, aveva detto di sé ai tempi dell’operazione fuffa con il City. Ora ci riprova e forse è comunque un buon segno. Perché ogni normalizzazione per essere tale ha bisogno di qualche truffatore.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it